Discriminate le giudici donna. Al Csm il potere non è rosa. L’anomalia di genere non solo nel plenum. Pure ai vertici degli uffici vincono gli uomini

di Clemente Pistilli
Cronaca

In magistratura il potere non è delle donne. Negli uffici giudiziari gli uomini sono ormai in minoranza, ma quando si tratta di accedere a ruoli direttivi la parità di genere non trova spazio tra le toghe. Tanto che il Consiglio superiore della magistratura, al centro ora del cosiddetto scandalo Palamara e di cui da più parti si invoca la riforma per porre un freno allo strapotere delle correnti, finora e per 57 anni ha visto trovare spazio per sole 28 donne. Un tema su cui, mentre si torna a dibattere della scarsa attenzione verso la rappresentanza femminile dopo che il ministro per il sud Giuseppe Provenzano ha scelto di non prendere parte a una tavola rotonda sulla ripartenza tutta al maschile, accende un faro la fondazione Openpolis. E nella consiliatura attuale solo 6 membri su 27 del Csm sono donne.

PERCORSO A OSTACOLI. Le donne hanno potuto mettere una toga sulle spalle per la prima volta nel 1963. Dopo ben 17 anni dalla nascita della Repubblica. Tanto infatti c’è voluto per abrogare la legge del 1919 che rendeva appannaggio del solo universo maschile gli uffici pubblici con poteri giurisdizionali, l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che riguardavano la difesa militare dello Stato. Ma tra quello che viene stabilito con una norma e la pratica ce ne passa sempre. Nonostante oggi siano di più le toghe rosa nei Tribunali e nelle Procure, il vero potere è rimasto infatti in mani maschili.

In base agli ultimi dati disponibili, nel 2020 in magistratura le donne sono 5.308 su un totale di 9.787 magistrati, dunque il 54%. Seguono processi spesso complessi e inchieste delicate e pericolose. Sono addirittura il 59,69% negli incarichi ordinari. Ma quando si sale di livello tutto cambia. Soltanto il 42,04% degli uffici semidirettivi è affidato infatti a una donna e solo il 28,60% di quelli direttivi. Per non parlare del fatto che il rosa caratterizza solo gli uffici giudiziari di competenza locale, da Nord a Sud. In quelli nazionali, come la Cassazione e la Direzione nazionale antimafia, prevale la rappresentanza maschile del 64%.

PALAZZO DEI MARESCIALLI. Un divario troppo ampio. Evidente appunto nello stesso Consiglio superiore della magistratura, quell’organo di autogoverno che è poi quello che stabilisce proprio i ruoli e gli incarichi dei magistrati. Il collegio è composto da 27 membri, dei quali 24 sono eletti e 3 sono di diritto. Tra i primi 16 sono i togati, magistrati votati da tutti i magistrati ordinari, e gli altri i laici, eletti dal Parlamento tra i professori universitari in materie giuridiche e gli avvocati che esercitano la professione da almeno quindici anni. Ebbene a Palazzo dei Marescialli mai una donna è stata scelta per il cruciale ruolo di vicepresidente, incarico attualmente ricoperto da David Ermini. E poche sono quelle che fanno parte del collegio. Attualmente il 28,6% degli eletti: Concetta Grillo, Alessandra Dal Moro, Paola Maria Braggion, Loredana Miccichè, Elisabetta Chinaglia e Ilaria Pepe.