Divo Nerone, uno show discutibile. Il finale però è peggiore: la Raggi fa il censore e sospende lo spettacolo

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L’errore più grande i produttori dello spettacolo Divo Nerone l’hanno fatto la sera della prima, il 6 giugno scorso. Una folla straboccante premeva da ore e l’imperatore che bruciò Roma tardava ad entrare in scena. Nessuno poteva immaginare che ad impedire l’accesso al palco fossero proprio i vigili del fuoco, insieme ai funzionari della Commissione comunale di vigilanza locali pubblico spettacolo, roba che solo per il burocratese del nome andrebbe rispedita nel Medioevo. Dopo che un gigantesco show era stato annunciato al mondo e allestito su un palcoscenico ideato da premi Oscar in cima al Palatino, il Comune s’era accorto che mancavano un po’ di bolli e scartoffie. Pensate che scoop globale un’opera rock su Nerone impedita dai pompieri. I produttori invece premettero e la questura concesse l’autorizzazione allo spettacolo per motivi di ordine pubblico. Niente di nuovo in un Paese dove persino i grandi eventi programmati da anni finiscono per essere affidati a strutture di emergenza (una volta risolveva tutto la Protezione Civile, oggi si fa lo stesso ma ricorrendo più discretamente alle forzature di prefetti e questori).

Fallito lo shock della prima mandata all’aria, dal giorno dopo lo spettacolo fu sonoramente stroncato dai giornaloni e dalla critica che conta. I sommi intellettuali dell’intelligencija salottiera romanella insorsero, palesemente invidiosi di uno spettacolo che sarà pure inferiore alle aspettative ma in fin dei conti è pur sempre un evento culturale. Da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera a un ancor più livoroso Corrado Augias su Repubblica, la stampa che abbiamo visto incensare delle cagate pazzesche ha riposto senza appello Nerone Rock nel cassonetto degli scarti non riciclabili.

Raffica di scuse – A dar man forte, la protesta di quattro monachelle disturbate dal rumore della rappresentazione. Vivono gratuitamente in una chiesa sul Palatino e non sia mai che debbano andare a dormire a mezzanotte per consentire a migliaia di turisti di vedere una rappresentazione in un posto unico. La pazienza, d’altra parte, non è sempre una virtù cristiana. Così tre giorni fa è arrivato lo stop del Comune che si dà come voto sette e mezzo ma che per vicende come questa merita di essere bocciato. Il Dipartimento delle Attività culturali si è accorto – come sempre a scoppio ritardato e ovviamente senza rispondere a nessuno di questa inefficienza – che non c’è l’autorizzazione alla deroga sui limiti acustici. Cioè, per capirci, gli uffici della sindaca Virginia Raggi avevano capito che un’opera Rock prevede le musiche di un minuetto. Non bisogna essere volpi astute come il giudice Woodcock per capire noi, invece, che dietro questo spettacoletto si è combattuta una battaglia senza precedenti. In una città dove la cultura è stata terreno di potere indiscusso della sinistra, con un sacerdote massimo che si chiama Goffredo Bettini, un privato che non proviene dallo stesso mondo e ottiene nientepopò di meno che il Palatino per andare in scena è un’eresia assoluta. E niente importa che l’iniziativa sia stata cofinanziata dalla Regione guidata dal Pd Nicola Zingaretti, oggettivamente ecumenico e imparziale nell’utilizzo delle risorse pubbliche, e sostenuta concretamente dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, anche lui ça va sans dire del Pd. Così ancora una volta il Paese può mostrare il suo aspetto più aberrante. Altro che uno show pensato in chiave popolare, certamente indigesto ai sofisticati intellettuali di casa nostra, di un provincialismo spaventoso. Lo spettacolo è sospeso e per ripartire i produttori dovranno fare ricorso al Tar, affidando ai giudici il compito di decidere cos’è arte e cosa no. Ovviamente le maestranze se ne vanno disoccupate al mare e agli occhi dei turisti che avevano comprato dall’estero il biglietto o dei rassegnati tour operator passiamo per i soliti inaffidabili. L’immagine che purtroppo piazziamo meglio nel mondo.

Immagine devastante – Così i nostri tromboni da salotto sono accontentati, ma chi perde drammaticamente è un Paese dove l’unica cultura che non perde colpi è quella bizantina delle carte bollate, dietro la quale – come avviene sempre quando la burocrazia occupa ogni spazio di decisione – si combattono inconfessabili battaglie di potere. E l’arte, che giustamente i santoni di cinema e teatro difendono come sacra, non è uguale per tutti.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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