Dopo anni di rinvii la storica svolta sul deposito nucleare è una prova di responsabilità per il Governo. Nel sito finiranno le scorie di tutte le centrali dismesse

centrali nucleari
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Ieri è giunta un’altra mazzata tra capo e collo dei governatori delle regioni italiane che si sono visti recapitare dalla Sogin, come dono per l’Epifania, l’elenco delle 67 zone compatibili per ospitare il deposito unico delle scorie nucleari italiane (leggi l’articolo) per cui il nostro Paese è già sotto infrazione Ue da diverso tempo. In realtà la lista era attesa da ben sei anni, ma la decisione era continuamente rinviata e nessuno si prendeva la responsabilità neppure di individuare i possibili siti che soddisfano i 25 criteri previsti dalla carta Cnapi. Infatti l’Italia non solo aveva avviato diverse centrali nucleari negli anni ’60, poi interrompendone il programma, ma non era neanche stata capace di smaltire da sé i rifiuti radioattivi che hanno tempi millenari di attività e così siamo stati costretti a mandarli – come al solito – all’estero in Gran Bretagna e Francia, ovviamente a pagamento. Le regioni coinvolte sono 7: Piemonte, Toscana, Lazio, Sardegna, Basilicata, Puglia e Sicilia in cui sono state individuate diverse “zone” candidate. Il deposito deve essere pronto per il 2025 e dovrà contenere 78 mila metri cubi di rifiuti radioattivi per un tempo massimo di 50 anni con una spesa prevista, insieme al parco tecnologico, di 900 milioni di euro.

Il deposito deve soddisfare i criteri della Iaea e dell’Ispra, gli enti energetico ambientali sia europei che italiani, ed avrà un costo di 900 milioni di euro includendo nella spesa anche un parco tecnologico. ll deposito nazionale e il Parco tecnologico sorgeranno in un’area di 150 ettari, di cui 110 per il deposito e 40 per il Parco. Il deposito conterrà al suo interno 90 costruzioni in calcestruzzo armato che conterranno a loro volta blocchi in calcestruzzo speciale con all’interno infine i cilindri metallici con i rifiuti radioattivi già trattati. La storia del nucleare in Italia è stata emblematica della incapacità cronica del nostro Paese di gestire piani di lunga durata. L’avventura dell’atomo, conclusasi con il referendum del 1987, si è risolta in un disastro totale con miliardi di lire e milioni di euro buttati al vento. Ora con la pubblicazione dell’elenco da parte della Sogin parte una nuova fase che però si preannuncia assolutamente incandescente perché, ovviamente, le regioni prescelte hanno già cominciato a protestare veementemente.

In ogni caso la cifra politica dell’evento è che finalmente un governo della Repubblica ha preso la patata bollente che nessuno voleva ed ha agito concretamente dopo decenni di rimandi e di perdite di tempo dovute alla assoluta impopolarità politica della decisione, perché ovviamente ora sta scattando il solito riflesso patellare e cioè quella sindrome Nimby (Not in my back yard, “non nel mio giardino”) per cui nessuno vuole rifiuti, ma anche solo installazioni, sul proprio territorio. Una decisione impopolare e che politicamente porta solo danni in termini di consenso, ma che doveva ad ogni costo essere finalmente presa. Questa infatti è la differenza tra fare politica paroliera e cialtronesca e fare politica vera assumendosi le proprie responsabilità. La Sogin ha reso noto il cronoprogramma: “Parte la fase di consultazione dei documenti per la durata di due mesi, all’esito della quale si terrà, nell’arco dei quattro mesi successivi il seminario nazionale dove ci sarà la pubblica discussione con i soggetti interessati” e le regioni coinvolte stanno affilando i coltelli per l’ennesima disputa contro lo Stato centrale.

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di Gaetano Pedullà

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