Dopo i sindacati tocca a Grillo. Quelli che non credono alla ripresa

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Ma l’economia italiana è ripartita o no? I dati di ieri sul prodotto interno lordo (l’indice della ricchezza) dicono inequivocabilmente che siamo tornati a crescere. Non sono fuochi d’artificio, ma un +0,3% nel primo trimestre 2015 interrompe su base annua un trend negativo che durava da 13 trimestri. Per l’Istat siamo di fronte a una chiara inversione di tendenza rispetto alla lunga crisi di questi ultimi anni, anche se è lo stesso istituto di statistica a mettere le mani avanti spiegando che servono almeno due trimestri consecutivi di crescita per decretare la fine della recessione (il Pil del quarto trimestre 2014 è risultato invariato su base congiunturale e -0,5% su base tendenziale).

TRILUSSA DOCET
A guardare i numeri – e i numeri si sà che sono argomenti testardi – il peggio dunque sarebbe passato. Poi però c’è la realtà che osserviamo tutti i giorni, i giovani senza nessuna possibilità di trovare un lavoro, i soldi che non bastano mai. E sentiamo Beppe Grillo che definisce “tutte balle” i dati positivi dell’Istat. Dove sta allora la ragione? Il Governo non ha dubbi. “Il dato sul Pil diffuso dall’Istat – ha detto ieri il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan – è superiore alle aspettative. È presto per cantare vittoria, ma questo dato è il segnale della svolta impressa all’economia dalle politiche del Governo”. Di dato positivo, anche se non entusiasmante parla pure il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. L’inversione di tendenza però c’è e questo “fa ben sperare”. Punta invece sugli ultimi dati positivi per l’occupazione (+203mila posti nel primo trimestre) la Cna guidata da Andrea Vaccarino. Le assunzioni, soprattutto nelle piccole imprese, sono in grande crescita e questo – spiega la Confederazione nazionale di artigiani e pmi – è merito anche del Jobs Act. Ai giudizi tutto sommato convergenti di Governo e imprese non corrisponde una stessa visione da parte dei sindacati. I posti di lavoro in aumento sono il frutto di un regalo alle imprese – denuncia da alcuni giorni la Cgil, mettendo nel mirino la decontribuzione per le nuove assunzioni a tempo indeterminato. Anche il Movimento Cinque Stelle non crede ai nuovi dati e in generale dalle opposizioni politiche arrivano critiche durissime alla politica economica nel suo complesso. Hanno ragione? In parte sì, perchè le statistiche – si sà – sono come il famoso pollo di Trilussa, in teoria mangiato metà per uno da due persone mentre invece una l’ha divorato e l’altra è rimasta a stomaco vuoto.

FASCE DEBOLI
Se molti degli indici più rilevanti ci dicono che i consumi salgono, le immatricolazioni di auto sono in aumento, l’erogazione del credito (soprattutto mutui) è in forte crescita, allora c’è da credere che l’economia si sta riprendendo. A guardare meglio però questi segni di ripresa non sono diffusi ugualmente su tutto il territorio nazionale. Il Sud sembra tagliato fuori, con una crisi del lavoro ormai cronica. Anche l’acceso al credito non è così facile per tutti, nonostante il quantitative easing (l’immissione di liquidità monetaria) da parte della Banca centrale europea. Le fasce deboli (disoccupati e precari) non hanno nessuna possibilità di ottenere anche piccole somme per inventarsi un’attività. Così il Paese riparte, ma in carrozza non c’è ancora postoper tutti.

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