Dopo il caso Cancellieri. Primarie Pd? Per Adinolfi sono tra Renzi e Letta

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di Vittorio Pezzuto

«Quello che si è giocato alla Camera sul caso Cancellieri è solo un pezzo della partita che Letta e e Renzi si stanno giocando per la leadership del Paese». Ne è convinto il blogger Mario Adinolfi, ex parlamentare del Pd . «Apparentemente a vincerla è stato il presidente del Consiglio. Io credo invece che a fare la mossa più intelligente sia stato il sindaco di Firenze, il quale sa bene che le primarie che contano non si celebrano l’8 dicembre – quelle sono le ennesime con il loro bravo vincitore annunciato – ma la prossima primavera o al più tardi alla fine del 2014, quando dovrà essere deciso il candidato democratico alla premiership. Obbligandolo a esporsi personalmente sulla vicenda, l’altro giorno Renzi ha costretto il premier a commettere il suo secondo clamoroso peccato di omissione dopo quello sul caso Shalabayeva. E questo rientra appieno nella sua chiarissima strategia di logoramento di Letta». Quella in atto nel Pd resta comunque una partita tra due democristiani… «È proprio così, e in questi casi vince sempre il più cattivo. Quindi Renzi, che punta a stravincere. Agli occhi del popolo di sinistra Letta sconta una sua rigidità burocratica e dà l’impressione di voler solo permanere. Mettiamola in termini calcistici: Matteo ha fame di vittorie, Enrico assomiglia invece al suo amato Milan…». Il suo governo dà l’impressione di galleggiare e di essere in minoranza rispetto alla sua stessa maggioranza. «In realtà è ormai sostanzialmente minoritario tra gli stessi elettori. A tenerlo in piedi sono solo due inerzie fra loro alleate: il timore che i singoli parlamentari hanno di affrontare una nuova campagna elettorale e soprattutto il fattore stabilizzante garantito da Giorgio Napolitano». Quale modello di partito ha in testa il sindaco di Firenze? «Mentre Berlusconi sta lavorando a un pentapartito (o esapartito) del centrodestra, lui propone un modello di forza politica con vocazione maggioritaria, senza alleanze, all’americana. Ma per riuscirci dovrà raccogliere almeno il 35 per cento dei voti. A differenza di Veltroni, che tentò di affermare una leadership condivisa, lui ha la forza di rompere con la vecchia dirigenza.  Ha ormai capito che deve mollare tutte ste fregnacce di circoli e congressi locali, affermando nel Pd una mutazione genetica difficile ma decisiva. Perché se il Paese lo percepirà come un segretario di partito sarà anch’egli destinato alla sconfitta. No, per farcela deve presentarsi come Matteo Renzi e basta».