Dpcm, decreti e fiducie. Draghi svilisce il Parlamento ma nessuno ha da ridire. Già tradito l’impegno di Supermario sulla centralità delle Camere. Ma il premier autoritario era Conte

Recovery fund Draghi
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“Questo è il terzo governo della legislatura. Non c’è nulla che faccia pensare che possa far bene senza il sostegno convinto di questo Parlamento”. E sul Recovery plan: “Gli orientamenti che il Parlamento esprimerà nei prossimi giorni a commento della bozza di Programma presentata dal governo uscente saranno di importanza fondamentale nella preparazione della sua versione finale”. E ancora: “La governance del Programma di ripresa e resilienza è incardinata nel ministero dell’Economia e Finanza con la strettissima collaborazione dei ministeri competenti che definiscono le politiche e i progetti di settore. Il Parlamento verrà costantemente informato sia sull’impianto complessivo, sia sulle politiche di settore”.

Sono questi alcuni passaggi estrapolati dal discorso sulla fiducia pronunciato dal premier Mario Draghi alle Camere, il 17 e il 18 febbraio. Deputati e senatori non hanno alcuna intenzione di fare da “passacarte”. Il banchiere lo sa, tanto che nella replica parte proprio da qui: “Voglio ribadire quanto considero cruciale la funzione e il lavoro delle Camere, in particolare per quanto riguarda il Programma di ripresa e resilienza”. Eppure, eppure i segnali che arrivano in queste ore non vanno affatto nella direzione di restituire centralità al Parlamento.

Ieri il governo ha posto la questione di fiducia sul decreto Coni. Si tratta della seconda: la prima era arrivata, il 25 febbraio scorso, sul Milleproroghe in scadenza dopo pochi giorni. Il provvedimento che introduce misure sull’organizzazione e il funzionamento del Comitato olimpico nazionale, e che scade il 30 marzo, passerà ora alla Camera. Un voto di fiducia, infine, che si è reso “necessario” perché in un vertice di maggioranza che si è tenuto il giorno prima non è stato possibile trovare un compromesso.

I renziani spingevano perché venisse rafforzato il numero dei dipendenti del Coni e i dem chiedevano un delegato allo sport. Tanto che al momento di votare la fiducia la senatrice di Iv Daniela Sbrollini mastica amaro: “Voteremo sì al decreto, perché siamo in maggioranza, ma su questa materia dovremo tornare a discutere”. Idem il Pd: “Il decreto che il Senato approva è solo un primo necessario passo, non sufficiente, per far funzionare il Comitato olimpico nazionale. Resta aperta una questione fondamentale: attribuire nel governo, il più presto possibile, la delega specifica per lo sport”, dichiara la senatrice Paola Boldrini.

Dal Coni ai Dpcm con le misure anti-Covid. Giuseppe Conte fu quotidianamente e duramente criticato per l’uso fatto dello strumento con l’accusa di esautorare il Parlamento. Ma lo strumento, spiegò il precedente premier, era necessario per rispondere in tempi rapidi alle emergenze poste dall’andamento della pandemia. Così come i continui aggiornamenti della curva epidemiologica determinavano, nel giro di pochi giorni, il superamento delle misure stabilite poco tempo prima. Adesso con l’esecutivo Draghi la storia si ripete in fotocopia. Il Dpcm, il primo firmato dal governo Draghi il 2 marzo, e che il premier ha fatto spiegare ai ministri Speranza e Gelmini, è già superato e a breve verrà sostituito.

Al momento dunque pare caduto nel vuoto l’appello lanciato, il 4 marzo, da Stefano Ceccanti a superare lo strumento: “La normativa generale può essere inserita in decreti-legge e le integrazioni puntuali lasciate alle fonti non legislative (ordinanze e altri strumenti flessibili come i protocolli)”, ha suggerito il presidente del Comitato per la legislazione della Camera. E arriviamo infine al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Le buone intenzioni di Mr Bce di coinvolgere il Parlamento rischiano di rimanere sulla carta se davvero il governo decidesse di anticipare le norme necessarie a far partire il Piano in un intervento d’urgenza, ovvero un “decretone per il futuro del Paese”, come lo ha definito il ministro Renato Brunetta.

In questo contenitore dovrebbero confluire gli interventi per la pubblica amministrazione, dai concorsi alla digitalizzazione, quelli per la giustizia, per la scuola e per le infrastrutture. Il Pnrr, ricordiamo, dev’essere presentato entro il 30 aprile in Europa. Decreto o decretone, ad ogni modo, si rischia di ridimensionare il controllo da parte delle assemblee parlamentari. A maggior ragione se anche su questo si decidesse di porre la fiducia, dati i tempi stretti. Ancora in alto mare il decreto Sostegni. Si rinvia di settimana in settimana. Non c’è intesa politica tra i partiti né per quanto riguarda il calcolo del fatturato per erogare i ristori, né sul fisco con il braccio di ferro tra chi spinge per una massiccia sanatoria e chi rifiuta l’idea di un condono. Frizioni anche sullo stop dei licenziamenti e la proroga della Cig. A sbloccare la situazione anche qui interverrà un voto di fiducia?