Draghi liquida lo smart working. E mette a rischio i lavoratori fragili. Gli immunodepressi scrivono al capo del governo. “Così lo Stato ci spedisce nella tana del leone”

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Fragili e dimenticati dal governo dei Migliori. Ma soprattutto esposti, con la fine dello smart working, al pericolo di contrarre il Covid-19, nei luoghi di lavoro. Con conseguenze imprevedibili. Si sentono così i lavoratori con patologie gravi, tra cui i malati oncologici, i diabetici, i cardiopatici e chi soffre di altre malattie autoimmuni.

La fine dello smart working espone gli immunodepressi al pericolo di contrarre il Covid-19

Il problema è il vuoto normativo provocato dalla fine dello stato di emergenza, che rischia di portarli, dal 31 marzo, davanti a un bivio: la tutela della salute o la conservazione del posto di lavoro. Perché di fatto non c’è un decreto, né una circolare che chiarisca come rapportarsi a queste situazioni. I datori di lavoro, nel privato, non sono obbligati a concedere lo smart working.

Il dramma è vissuto nella disattenzione dell’opinione pubblica, mentre i casi di coronavirus sono di nuovo in crescita, avvicinandosi a quota 100mila al giorno. Insomma, il virus torna a girare velocemente e viene di fatto fortemente depotenziato lo smart working come mezzo per limitare i contatti e i contagi. Nel pubblico non è proprio previsto, nel privato è un’opzione legata al buon cuore dell’azienda. “Ci sentiamo come spediti nella tana del leone”, dice a La Notizia Daniela Briuglia, amministratrice del gruppo Facebook “Immunodepressi tutela contro coronavirus”.

“A volte – aggiunge – ci si sente come Don Chisciotte contro i mulini a vento”. La battaglia, però, è stata intrapresa con lo scopo di sensibilizzare i vertici istituzionali. Perciò è stata scritta una lettera rivolta al presidente del Consiglio, Mario Draghi, ma anche ai ministri competenti per materia, Roberto Speranza (Salute), Renato Brunetta (Pubblica amministrazione), Andrea Orlando (Lavoro e politiche sociali) ed Erika Stefani (Disabilità).

L’obiettivo ulteriore è di scuotere Camera e Senato di fronte alla questione. Non è un mistero che il Covid-19, per le persone affette da gravi patologie, rappresenti un pericolo di gran superiore rispetto ad altri. Così nella lettera, che ha come destinatario Palazzo Chigi, i lavoratori fragili chiedono “la proroga del lavoro agile sia nel pubblico che nel privato”, facendo riferimento al “decreto del 4 febbraio 2022”, e la “possibilità di ricorrere alla malattia” per chi non può svolgere modalità di lavoro agile.

Ed è qui che c’è il paradosso: nel provvedimento di ormai due mesi fa, quello del 4 febbraio appunto, firmato dai ministri Brunetta e Speranza, c’era l’elenco di tutte le patologie per cui era necessaria una maggiore attenzione. Si andava dai pazienti sottoposti a trapianto a quelli affetti da patologie cardiache. Soggetti da tutelare, ma solo fino al 31 marzo. Certo il governo ha previsto la proroga della cosiddetta sorveglianza sanitaria fino al 30 giugno 2022, che garantisce un presidio nelle aziende. Ma questo, evidenzia la lettera-denuncia dei lavoratori, “crea inevitabilmente un vuoto normativo”.

Il motivo? “Gli stessi lavoratori rischiano di essere dichiarati inidonei, senza che vi sia da parte dello Stato una direttiva che imponga ai datori di lavoro la tipologia di tutele da mettere in atto per salvaguardare la salute ed il lavoro degli stessi lavoratori fragili”. Così viene rilanciata la necessità di prorogare “quanto previsto dal Cura Italia”. Tornando alle tutele introdotte dopo la prima ondata. Perché per i lavoratori fragili un’ondata vale l’altra. Per loro rischi sono sempre gli stessi.