Draghi ripristina il tetto di 240mila euro agli stipendi pubblici

Il Governo ripara il buco creato con la norma con cui ha tentato di cancellare il tetto agli stipendi riconosciuti dalla Pa.

Il governo ci mette una toppa. L’esecutivo dei Migliori ripara il buco creato con la norma approvata con il decreto Aiuti bis con cui ha tentato di cancellare il tetto dei 240mila euro che fin qui ha limitato gli stipendi riconosciuti dalla Pubblica amministrazione. E lo fa presentando un emendamento che sopprime l’articolo 41 bis sulla deroga al tetto degli stipendi dei manager della Pa.

CONFERENZA STAMPA MARIO DRAGHI

Il Governo ripara il buco creato con la norma con cui ha tentato di cancellare il tetto agli stipendi riconosciuti dalla Pa

Il provvedimento, che ha avuto martedì il disco verde dal Senato, dovrà ora, dopo il via libera di Montecitorio, ritornare a Palazzo Madama per una terza lettura. La norma sugli stipendi dorati ha provocato una sorta di sollevazione popolare da parte dei sindacati e di tutte le forze politiche ed è stata giudicata “inopportuna” anche dal Capo dello Stato.

Ma su questo ci torneremo, ora cerchiamo di capire come si è creata la ferita. Bisogna risalire a un emendamento che ha permesso il blitz al ministero dell’Economia e dunque al Governo. All’origine il senatore Marco Perosino di Forza Italia aveva presentato una proposta di modifica che prevedeva la deroga al tetto sugli stipendi solo per le forze di Polizia, equiparandoli a quelli di carabinieri e amministrazione penitenziaria.

Ma quell’emendamento è stato riformulato dal ministero di via XX Settembre in maniera tale che nella deroga sono state inserite tutte le altre figure ministeriali, dal segretario generale di Palazzo Chigi ai capi dipartimento dei ministeri. Una riformulazione da cui prende le distanze oggi lo stesso Perosino.

Dispetti tra boiardi dietro la manina

Per spiegare cosa abbia mosso la manina del Mef ci sono due scuole di pensiero. La prima giustifica la norma come l’effetto di una rivalsa dei papaveri ministeriali nei confronti delle forze dell’Ordine. Il ragionamento, in tal caso, dei dirigenti dei ministeri è stato: perché alle forze dell’Ordine concedere aumenti salariali e a noi no? Quindi il tutto ci riporta sul terreno di uno scambio dispettoso tra le figure apicali della Pa.

La seconda spiegazione invece ci riporta a un gesto stizzito del ministero dell’Economia che, assediato e sfiancato da tutte le polemiche (ultima quella di aver voluto ostacolare il funzionamento del Superbonus), prima di abbandonare la barca ha tentato il blitz mosso dall’avidità di alcuni dirigenti che si aggirano a via XX Settembre.

Ma l’irritazione che ha fatto filtrare Palazzo Chigi a caldo per la norma fatta approvare all’ultima curva nella legge di conversione del decreto Aiuti bis, fa propendere per la prima ipotesi. La norma si giustificherebbe nell’ottica di una ripicca dispettosa tra boiardi di Stato.

Rimane comunque agli archivi la responsabilità del ministero guidato da Daniele Franco che, dopo aver riformulato l’emendamento di Perosino, ha provato a chiamarsi fuori, sostenendo di aver fornito solo un contributo tecnico sulle coperture a un emendamento parlamentare. L’emendamento, ricordiamo, è stato votato da Forza Italia, Pd e Italia viva. Questi ultimi due, pur contrari, sarebbero stati spinti a dire sì solo per non bloccare i 17 miliardi di sostegni contenuti nel decreto Aiuti bis.

Tanto che sia il Pd sia Italia viva – il tetto agli stipendi dei manager della Pa fu introdotto dal governo Monti nel 2011 e fissato a 240 mila euro dal governo Renzi – hanno subito messo agli atti la loro contrarietà, dando la responsabilità soprattutto al Mef e al Governo del pasticciaccio e promettendo di porvi rimedio. A non votare l’emendamento e a sfilarsi sono stati invece il M5S, Lega e Fratelli d’Italia.

Tanto che il leader del Movimento Cinque Stelle, Giuseppe Conte, ha buon gioco a rinfacciare ai suoi ex alleati di averlo votato. Una norma “vergognosa”, ha detto il leader dei 5S. “Siamo il fanalino di coda in Europa per gli stipendi bassi che da vent’anni non crescono – ha aggiunto – non siamo riusciti a introdurre il salario minimo, non ce l’hanno appoggiato, abbiamo paghe da fame di due tre-euro lordi l’ora e hanno trovato il tempo, Forza Italia, il Pd e Italia Viva, per votare un emendamento per far saltare il tetto dei mega stipendi degli alti dirigenti dello Stato”.

E a Enrico Letta, numero uno dei dem, che dice “bene la posizione del governo su impegno a togliere articolo 41bis e reintrodurre il tetto sugli stipendi pubblici”, Conte replica così: “Eppure l’avete votato, Enrico. Un bel tacer non fu mai scritto”. E se tutti i partiti, quelli che l’hanno votata e quelli che si sono astenuti, hanno preso le distanze dalla norma, particolarmente veemente è stata la reazione dei sindacati.

In un momento in cui tutto il Paese è chiamato a enormi sacrifici per effetto del caro- bollette e dell’aumento dell’inflazione proporre nuovi aumenti di stipendio per alcune figure dirigenziali e manageriali è apparso ai sindacati, dalla Cisl alla Cgil passando per la Uil, inaccettabile.

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