Dura la vita per i peones. La psicosi del voto contagia Pd e Forza Italia: i renziani temono le purghe di Zinga, i berluscones terrorizzati dai sondaggi

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“Il governo non cadrà ora perché a tenerlo in piedi sono le opposizioni”, è con un paradosso che un deputato del Pd, vicino al segretario Nicola Zingaretti, spiega la situazione magmatica che si è venuta a creare in Parlamento. Tanto alla Camera quanto al Senato si è formata una maggioranza trasversale che teme le elezioni anticipate. La psicosi del voto non serpeggia solo tra i Cinque Stelle, bastonati alle ultime Europee. Ma lo spauracchio di un ritorno alle urne in autunno ha contagiato ormai pure il Pd, o quantomeno una parte dei dem. E in Forza Italia c’è chi trema solo all’idea.

DEADLINE. La data fatidica segnata sul calendario è quella del 20 luglio. In quel giorno si chiuderà la finestra per tornare a votare a settembre. A parole il leader della Lega Matteo Salvini ha finora scongiurato l’ipotesi di mettere fine all’esperienza del governo gialloverde e ha promesso fedeltà per altri quattro anni. Ma ha anche avvertito: “Se dovessi passare le prossime settimane a sentirmi dire solo ‘no’, ne dovrei trarre le conseguenze”. Non è un mistero che la squadra dei suoi ministri e il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti hanno da tempo esaurito la pazienza e premono per mettere la parola fine all’esecutivo. Particolarmente asfissiante poi si è fatto nelle ultime ore il pressing dei governatori di Veneto e Lombardia, Luca Zaia e Attilio Fontana, interessati a portare a casa l’Autonomia differenziata. Di certo il Carroccio ha “il vento in poppa” e i sondaggi lo danno in crescita anche rispetto al risultato delle Europee. Non avrebbe nessun problema nel ritornare alle urne. Ma Salvini, come ha spiegato ai suoi ministri, teme un governissimo come fumo negli occhi e si attacca al verbo contenuto nel contratto di governo. Almeno a oggi.

CHE CALVARIO! Forza Italia, invece è alle prese con una difficile riorganizzazione interna. Il leader Silvio Berlusconi ha scongiurato al momento una scissione nominando Giovanni Toti, insieme con Mara Carfagna, commissario a tempo del partito ma ora è attento a che il governatore ligure non alzi troppo la cresta e sottolinea che i due si muoveranno “in base alle mie indicazioni”. I sondaggi peraltro danno Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni alle calcagna di Forza Italia se non addirittura in sorpasso. Per non parlare del Pd. Zingaretti non avrebbe alcun problema ad andare a elezioni anticipate. Al contrario della pattuglia dei renziani. Il segretario, nella compilazione delle liste pur non impugnando la falce per non correre il rischio di far perdere al partito altri pezzi, sicuramente ridimensionerebbe, e di molto, la presenza nelle Camere degli uomini vicini all’ex premier. Il 13 luglio si terrà a Roma l’assemblea nazionale del Pd e in quell’occasione forse si capirà qualcosa in più. Ad aver paura del voto anticipato ci sarebbero anche i rappresentanti di partiti minori di sinistra come i LeU. Senza considerare altri due fattori. Molti, al primo mandato, temono di non riuscire a maturare il vitalizio: occorrono 4 anni 6 mesi e un giorno di legislatura. Secondo: in più c’è la nuova legge che prevede il taglio del numero dei parlamentari voluta proprio dal Movimento cinque stelle. Il numero di senatori è destinato a scendere da 315 a 200 e quello dei deputati da 630 a 400. I peones del Parlamento, si può dire, pendono tutti ora dalle labbra di Salvini.