E adesso torturano i poliziotti. Solo chi assalta gli agenti non paga mai

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Il poliziotto Tortosa farà causa al Viminale. Nel gioco degli assurdi, dove chi devasta le città è il buono e i poliziotti invece i cattivi, dove chi deve far rispettare la legge arriva a infrangerla determinando quella che la Corte di Stasburgo ha catalogato come torture, ci sta pure la battaglia legale tra agenti e ministero. Si tratterà in fondo solo dell’ultimo atto di una guerra lunga e strisciante, dove le forze dell’ordine sono ormai rigidamente contrapposte a uno Stato avarissimo negli stipendi. Un problema che vale per tutto il comparto sicurezza (polizia, carabinieri, guardia di finanza, vigli del fuoco, polizia carceraria, forestali, ecc.) e che aveva portato nei mesi scorsi a un pericoloso muro contro muro tra governo e servitori dello Stato, questi ultimi pronti a scendere in sciopero.

Volarono parole grosse, ma poi tutto rientrò dietro la promessa di una valutazione della situazione. Cosa ci sia da valutare non è però dato sapere, visto che le buste paga sono misere e a causa del blocco delle retribuzioni nel pubblico impiego i salari sono bloccati da cinque anni. Tornata la pace, la risposta del Governo però non è stata quella che poliziotti & c. si aspettavano, bensì un progetto di forte razionalizzazione dei costi attraverso l’accorpamento di alcune tra le tante forze di pubblica sicurezza. In questo modo, fondendo tra di loro i corpi, il Tesoro conta di recuperare un bel po’ di risorse da destinare poi a un miglioramento degli stipendi e degli investimenti nel settore. Una riforma – in linea di principio validissima – che ovviamente ha trovato molte prevedibili resistenze. In questo brodo di malcontento, oggi fare il poliziotto (o il carabiniere o il finanziere, ecc.) è quanto meno avvilente. Se Pier Paolo Pasolini aveva brillantemente colto che erano questi servitori dello Stato la parte debole nella contestazione sessantottina al sistema (furono definiti i nuovi proletari) oggi i poliziotti sono guardati con un crescente sospetto. Il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, che arriva a dubitare del senso democratico della polizia, solo perché un agente dice la sua sulla vergognosa – questo è bene dirlo chiaro – irruzione alla scuola Diaz al G8 di Genova, è la prova di un retropensiero vasto. Polizia, carabinieri e altri corpi di sicurezza, d’altronde, sono incappati in una serie di episodi gravissimi: dalle morti di Cucchi, Aldovrandi e Uva ai sindacalisti che applaudono gli agento condannati per le violenze risultate poi fatali proprio al povero Aldovrandi. Da qui a far passare il messaggio che nella polizia ci sia una sorta di fascismo strisciante però ce ne corre, anche perchè la dedizione di questi uomini (a pancia vuota) è esclusivamente ammirabile.

Quello che accade mentre i facili critici della polizia hanno altro da guardare sono invece le collette tra colleghi per aiutare un agente che non ce la fa a pagarsi l’affitto; sono gli uomini che attendono per semestri il pagamento degli straordinari e intanto anticipano pure i soldi della benzina per far partire le volanti; sono i rischi sempre più alti che si è costretti a correre di fronte all’incalzare della criminalità a causa della crisi; sono quella carne da cannone che si prende i sassi, gli sputi e la vernice dei manifestanti di ogni tipo e devono pure stare fermi a farsi torturare. O in questo caso di tortura non si può parlare?