Ecco come le lobby stanno smontando

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di Stefano Sansonetti

Un libro dei sogni. L’ennesimo, sembra di poter dire, quando si parla della riforma della pubblica amministrazione. Il rischio concreto è che il piano di razionalizzazione portato avanti dal presidente del consiglio, Matteo Renzi, e dal ministro della semplificazione, Maria Anna Madia, si riveli un flop. Al di là degli annunci e della solita operazione di marketing comunicativo, infatti, basta andare ad analizzare alcuni dei punti qualificanti dei 44 “titoli” del piano per rendersi conto di come da anni le sabbie mobili delle lobby siano riuscite bloccare tutto. Con buone chance di ottenere lo stesso esito pure stavolta. Anche perché di deciso non c’è niente, solo una consultazione aperta fino al 30 maggio 2014. E poi un consiglio dei ministri in programma per il prossimo 13 giugno, per approvare chissà quali e quanti provvedimenti.

I precedenti tentativi
Si prenda il punto 26 dell’elenco, quello in cui il governo annuncia la creazione di “una Scuola nazionale dell’amministrazione”. Obiettivo sacrosanto, che dovrebbe cancellare una volte per tutte i vari stipendifici e poltronifici in cui si sono trasformate la Ssef (la Scuola superiore dell’economia e delle finanza), la Sna (Scuola nazionale dell’amministrazione) e la Scuola superiore dell’amministrazione dell’interno (Ssai). Ebbene, sono almeno sette anni che si tenta di cassare queste strutture. A fine 2006, all’epoca del governo Prodi, un emendamento alla Finanziaria 2007 firmato tra gli altri da Cesare Salvi, Luigi Zanda e Massimo Villone già prevedeva la soppressione di Ssef e Ssai per dar vita a un’ “Agenzia per la formazione dei dirigenti e dipendenti della Pa”. L’emendamento venne anche approvato in commissione, per poi sparire nel nulla in aula. Poco tempo dopo, nel maggio 2008, venne presentato un disegno di legge di Marco Perduca e Donatella Poretti (entrambi Pd), che all’art. 12 prevedeva la sopressione dei due istituti. Ma anche in quell’occasione niente da fare. Ancora, nel 2011 ci riprovò un emendamento alla manovra economica di tre senatori dell’allora Terzo Polo (Maria Ida Germontani, Egidio Digilio e Giuseppe valditara). Inutile dire come andò a finire.

La rete dei mandarini di Stato
Del resto intorno a queste strutture c’è un’incredibile barriera di protezione eretta da una nutrita pattuglia di boiardi di Stato. Nella Sna, tanto per dirne una, insegnano Guido Carpani, già capo di gabinetto della funzione pubblica e oggi capo di gabinetto del ministero dell’ambiente, ed Enrico La Loggia, ex ministro berlusconiano agli affari regionali. Nella Ssef troviamo come docenti Vincenzo Fortunato, ex capo di gabinetto di via XX Settempbre con Tremonti, Monti e Grilli, e Francesco Tomasone, ex capo di gabinetto del ministero del lavoro con Damiano, Fornero e Giovannini.

Le resistenze
E che dire della razionalizzazione delle prefetture, punto 28 dell’elenco, che Renzi e Madia vorrebbero portare a non più di 40? Se ne parla da anni, con tentativi andati a vuoto da parte dei vari commissari alla spending review come Enrico Bondi, Piero Giarda e da ultimo Carlo Cottarelli. Anche qui resistenze a dir poco granitiche. E si capisce il perché. Al 31 dicembre del 2013, in base a dati forniti dal ministero dell’interno, risultavano in servizio 1292 funzionari prefettizi, così suddivisi: 147 prefetti (di cui 42 al centro e 105 in periferia), 712 viceprefetti (di cui 222 al centro e 490 in periferia) e 413 viceprefetti aggiunti (91 al centro e 322 in periferia). Insomma, solo al centro a quella data risultavano 355 funzionari. A che servono, soprattutto quando la base delle forze di polizia lamenta una cronica mancanza di risorse anche per svolgere le attività più urgenti? In questi anni, però, nulla è stato fatto.

Le varie caste
Sarebbe quasi inutile parlare dei sindacati. Al punto 44 Renzi vorrebbe imporre loro l’obbligo di pubblicare ogni spesa on line. Cosa che non avverrà mai, non solo perché oggi al massimo le sigle pubblicano un bilancio centrale, lontano mille miglia da quello che sarebbe un “consolidato” vero e proprio. Ma poi perché un obiettivo del genere richiama il mai attuato art. 39 della Costituzione, quello che avrebbe voluto una registrazione delle Confederazioni con l’acquisto della personalità giuridica. Effetto che le sigle non hanno mai accettato, proprio per non dover sottostare a troppi obblighi di trasparenza. E che dire dell’abolizione della Covip (punto 19) la Commissione che vigila sui fondi pensione? I sindacati si opporranno in ogni modo per due motivi: perché oggi a capo dell’Authority c’è Rino Tarelli, ex prezzo grosso della Cisl (vedi La Notizia del 3 maggio), e poi perché fa comodo avere un ex sindacalista a capo di una struttura che vigila su fondi pensione spesso creati e gestiti dagli stessi sindacati.

Poteri forti
Poi c’è la proposta di abolizione dell’obbligo di iscrizione per le imprese alle Camere di commercio (punto 29). Per Renzi sarebbe un segnale contro le corporazioni. Ma c’è già qualcuno che sta facendo notare al premier come questa mossa rischi di inimicargli le fondazioni bancarie, nei cui organi direttivi per legge sono espressi rappresentanti del sistema camerale. Il premier avrà la forza di andar contro centri di potere che pure hanno appoggiato la sua ascesa a palazzo Chigi? Una domanda che rischia di porsi per molti dei 44 punti della sua riforma della pubblica amministrazione.

 

Lo spettro delle spese on line: ecco perché i sindacati dichiarano guerra alla riforma della pubblica amministrazione

di Stefano Sansonetti

Il presidente del consiglio, Matteo Renzi, ostenta sicurezza. Da quando si è insediato non manca mai di far notare che perseguirà i suoi obiettivi riformatori anche contro il parere dei sindacati. Posizione forte e senza dubbio virtuosa, visti gli atteggiamenti conservatori sempre più spesso incarnati dalle sigle. Ma un conto è interpretare il ruolo del belligerante a parole, un conto è cercare di realizzare qualcosa di concreto. Sulla strada della riforma della pubblica amministrazione, condensata da Renzi e dal ministro della semplificazione, Maria Anna Madia, in un elenco di 44 obiettivi, di sicuro i sindacati si metteranno di traverso. Anzi, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, almeno per quanto riguarda le parti che più direttamente riguardano le Confederazioni, hanno già cominciato a farlo. Anche perché, e qui i nodi verranno al pettine, ci sono questioni sulle quali difficilmente il governo potrà spuntarla. Si pensi al punto 44, intitolato “Obbligo di trasparenza da parte dei sindacati: ogni spesa on line”. Ora, su questo terreno le sigle hanno sempre fatto muro. Le Confederazioni, infatti, al massimo in questi anni sono riuscite a pubblicare on line un bilancio a livello accentrato, nulla di lontanamente comparabile a quello che dovrebbe essere un bilancio consolidato.

Gli annunci
Senza contare che una proposta come quella avanzata da Renzi richiama direttamente in causa il mai attuato art. 39 della Costituzione, quello che avrebbe voluto imporre ai sindacati una registrazione con la conseguente acquisizione della personalità giuridica e il rispetto di alcuni requisiti di trasparenza. Ma i sindacati si sono sempre opposti a questa filosofia, prefendo rimanere associazioni di fatto. Insomma, rispetto a un tale “granitico” stato di cose è molto difficile che Renzi riesca a spuntarla. Per non parlare di tutte le società che ruotano intorno al sindacato, da quelle che gestiscono Caf e centri di formazione professionale a quelle che si occupano di editoria e polizze assicurative (business ampiamente raccontati in numerose inchieste de La Notizia).

Gli altri capitoli
Ha già prodotto piccate reazioni sindacali il progetto che vorrebbe abolire la Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensioni che spesso e volentieri sono creati e gestiti da leader sindacali. Per non parlare del fatto che oggi la Covip è guidata da un ex pezzo grosso della Cisl, Rino Tarelli. In un altro punto dell’elenco, poi, il governo torna alla carica sulla questione dei permessi sindacali, chiedendo una riduzione del 50% del monte ore. Forse è questa la misura che le sigle, in un modo o nell’altro, sarebbero disposte a valutare, anche considerando il fatto che sul punto alcuni tagli erano già stati operati in passato. Ma il vero problema è che su tutto il piano di riforma non c’è ancora nulla. Renzi ha annunciato una consultazione fino al 30 maggio, che poi dovrebbe essere seguita da un consiglio dei ministri in programma per il 13 giugno. In quel momento dovrebbe essere alzato il velo da uno o più disegni di legge. O forse anche da un decreto. Ma fino ad allora la strada è ancora molto lunga. Forse troppo.

Twitter: @SSansonetti