Economia fragile, Libia, amministrative e referendum: quante trappole sulla strada di Palazzo Chigi. E si torna a parlare di aggiustamenti nel Governo. Con l’amico Verdini che bussa per un posto

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La delega a Maria Elena Boschi delle Pari opportunità, avvenuta con una certa sorpresa rispetto al  dibattito politico  in corso, doveva essere la classica quadratura del cerchio. Conclusa l’avventura delle riforme costituzionali, il referendum è solo un appendice che riguarda Matteo Renzi e il suo destino politico, la spalla del premier aveva bisogno di un nuovo compito da portare a termine. Da qui la nomina  a ministro per le Pari opportunità, in modo da concederle il privilegio di seguire da vicino l’iter delle unioni civili e del corollario  normativo che ne discende, adozioni in particolare.

Fine dei giochi
Ma quella nomina, oltre ad un premio, doveva rappresentare anche la fine dei giochi delle ambizioni. Tutti coloro che avevano rivendicato un posto nel governo potevano iniziare a mettersi l’anima in pace. Seggiole  finite, ambizioni mortificate. Peccato che  la realtà ha preso il sopravvento su tutto, rimettendo al centro dell’agenda della maggioranza il tema del rimpasto di governo. Gli scivoloni della Pinotti, al suo posto potrebbe andare la Finocchiaro incassando il meritato premio alla carriera, le tensioni con il dicastero dell’economia guidato da Padoan, per sostituirlo c’è già una lunga fila di renziani, le fibrillazioni  al ministero della Giustizia, la scrivania di Orlando fa gola all’area dei moderati (che comprende anche Verdini),  e le infinite le variazioni sul tema di alcuni ministri, compreso Delrio non più tanto dentro al giglio magico, hanno convinto il premier a riprendere in mano la lista dei possibili sostituti, gettando nel panico gli attuali collaboratori del premier. Del resto almeno un rimpastino, prima o poi, sarà inevitabilmente necessario dato che Ala, la formazione politica guidata da Denis Verdini, passerà all’incasso, chiedendo un posto  nell’esecutivo. E Matteo non potrà certo dire di no all’amico Denis, sacrificando, magari, qualche uomo di Angelino Alfano.

Scissione Alfano
Sarà pure un caso, ma proprio in queste ore girano – con una certa insistenza – voci che darebbero per imminente una scissione  all’interno di Ncd-Area Popolare. Secondo i soliti rumor raccolti in Transatlantico, subito dopo le elezioni amministrative del 5 giugno, soprattutto se il Pd dovesse andare male, una fetta di parlamentari del Nuovo Centrodestra (guidati da Maurizio Lupi e da Maurizio Sacconi) potrebbero lasciare Angelino Alfano, e quindi la maggioranza di governo, per costruire una lista popolare, insieme al gruppo degli ex Ncd Quagliariello e Giovanardi,-  alleata di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia alle prossime elezioni politiche. Il modello è quello di Milano, dove Stefano Parisi è riuscito a tenere insieme Salvini e Lupi. Su quanti parlamentari potrebbero realmente lasciare il ministro dell’Interno (e quindi Renzi) i numeri ballano. Al momento si parla di una decina, equamente divisi tra Camera e Senato. E’ evidente che se così fosse a Palazzo Madama il sostegno dei verdiniani di Ala all’esecutivo e al Pd diventerebbe ancora più determinante. Non a caso il segretario di Scelta Civica e viceministro all’Economia, Enrico Zanetti, torna all’attacco. Su Ala “serve fare chiarezza, sedersi attorno ad un tavolo, procedere in modo organico” e stabilire in che modo il partito di Verdini entra a far parte della maggioranza. Una volta in politica si chiamava appoggio esterno”, chiosa l’ex montiano, che esclude, al momento, una verifica di governo e quindi un rimpasto. Anche perché potrebbero essere proprio loro l’agnello sacrificale.