Editori che sanno solo chiedere. Sì ai fondi ma niente rassegne

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di Francesco Nardi

Questa volta rimarrano delusi i teorici del complotto.
La chiusura ai lettori esterni della rassegna stampa della Camera dei Deputati, che tanto sta facendo discutere in questi giorni, non si deve addebitare come qualcuno ha ipotizzato alla ipersensibilità degli inquilini del palazzo nei confronti di articoli poco graditi e dei quali si è cercato di limitare la diffusione.
La decisione, assunta il 12 dicembre scorso, quando ancora Montecitorio era sotto il controllo di Gianfranco Fini, è frutto invece delle costanti pressioni della Federazione italiana degli editori di giornali, ovvero la famigerata Fieg.La federazione ha infatti più volte manifestato insofferenza nei confronti delle rassegne stampa divulgate gratuitamente, ritenendo che queste violassero la tutela del diritto d’autore, rilevando di conseguenza un significativo danno economico.

I soliti sospetti
I sospetti dei malpensanti si erano alimentati a causa del ritardo con il quale la decisione è stata poi messa in pratica, ovvero a ridosso del cambio di guardia a Montecitorio, giorni nei quali i quotidiani erano pieni di articoli che ne mettevano in risalto sprechi e antichi vizi di funzionamento. Ma in realtà si è trattato solo dell’ultimo atto di un processo ormai da tempo innescato nella pubblica amministrazione. Già la rassegna del Governo e quella del Senato, infatti, hanno avuto la stessa sorte, ovvero rimanendo consultabili solo attraverso la rete intranet, cioè quella disponibile nei soli uffici delle singole istituzioni.

Gli editori suscettibili
L’avversione degli editori per i mezzi di diffusione alternativi dei loro contenuti è nota e in molti casi anche condivisibile. E’ nota per esempio l’antica querelle tra giornali e Google News, che di fatto diffonde notizie di testate i cui editori si sentono depredati di potenziali lettori, che a loro parere finirebbero dirottati nel sempre più duro percorso verso l’edicola tradizionale. Allo stesso modo la Fieg si è impegnata, evidentemente con successo, nel rilevare danni dello stesso tipo e che i servizi offerti dalle rassegne stampa istituzionali avrebero arrecato nel tempo alle varie testate i cui contenuti sono stati diffusi attraverso questi strumenti alternativi.

Il malumore
In molti però, tra cittadini e addetti ai lavori, non l’hanno presa bene. Abituati da anni a consultare le rassegne stampa istituzionali si sono infatti trovati da un giorno all’altro privati di un comodo strumento, tanto professionale quanto privato, che consentiva un accesso prezioso all’informazione, permettendo di scoprire la quotidiana offerta dei giornali e che oggi resta dedicata ai soli inquilini del Palazzo. Inquilini che per una volta si trovano a frure di un privilegio senza aver avuto idea di volerselo procurare. Sul web sono in tanti, quindi, a lamentarsene, rilvando interessanti aspetti della vicenda che non mancano di una certa sagacia.

Il paradosso
In particolare colpisce la posizione degli editori laddove si rilevi che la stragrande magggioranza di essi si avvantaggia di finanziamenti pubblici che in molti casi sono determinanti per la loro stessa esistenza.
E’ infatti paradossale che quotidiani che ricevono dalle casse dello Stato finanziamenti per milioni di euro (le ultime disposizioni ne fissano il computo totale a circa 180 milioni) abbiano a rilevare il danno che lo stesso Stato potrebbe arrecargli attraverso la libera diffusione delle rassegne stampa istituzionali. E ancor più colpisce il fenomeno quando a essere interdetta è stata la rassegna prodotta dagli uffici del Governo, cioè lo stesso organo dello Stato che direttamente eroga i fondi destinati ai giornali.
E’ lampante quanto l’irrisorio danno di cui si lamentano gli editori sia sproporzionato rispetto all’importanza del servizio che veniva reso al cittadino.
Forse un veloce ripasso dell’art. 21 della Costituzione, lo stesso che insieme ai finaziamenti tiene in vita i giornali, non guasterebbe.

 

La Fieg chiude la stalla dopo la fuga dei buoi
Massimo Bordin, il conduttore di “Stampa e Regime”: basta con le censure

La Federazione degli editori si è accorta troppo tardi dell’emorragia di lettori e ora corre ai ripari cedendo a misure che non necessariamente prcureranno giovamento ai conti in edicola.
è’ questa l’opinione di Massimo Bordin, lo storico conduttore di Stampa e regime. Abbiamo chiesto al conduttore della rassegna che da anni va in onda al mattino su Radio Radicale di commentare la decisione della Camera dei deputati di limitare l’accesso alla rassegna stampa istituzionale alla sola rete intranet e di sottrarla quindi alla disponibilità dei tanti cittadini che quotidianamente la consultavano.
Per Bordin, a prescindere dall’opportunità della decisione, il problema è di ordine economico: «L’idea che la fruizione della rassegna stampa della Camera, o altre istituzioni, possa sottrarre copie vendute in edicola è tutta da dimostrare; può essere vero addirittura il contrario, ovvero che qualcuno possa sviluppare interesse per l’edizione di una testata grazie a un particolare articolo che trova in rassegna».
E poi ci sono altri motivi che rendono la scelta incomprensibile e che mettono in luce anche una plateale contraddizione della quale molti giornali possono rendersi protagonisti nel momento in cui subiscono con insofferenza l’inclusione dei loro articoli nelle rassegne mentre si preoccupano di diffonderli sul web. «Su questo – dice Bordin – incide molto anche l’incurabile tendenza all’autopromozione dei giornalisti, che si preoccupano di diffondere i loro articoli su internet, e in particolar modo su Facebook e Twitter».
L’effetto in termini di danno all’edicola è certamente più sensibile di quello che può arrecare una rassegna stampa.
Ne è la prova che lo stesso conduttore di Stampa e Regime ci confida come la condivisione sui social network degli articoli possa essere utile addirittura a comporre una rassegna di quanto è in edicola. un fenomeno, quello della condivisione sui social, che apre un ulteriore fronte di analisi e che investe le edizioni online dei singoli quotidiani che scelgono di pubblicare articoli che hanno anche sull’edizione cartacea.
Si tratta di un difficile equilibrio sul quale le redazioni sono solitamente molto impegnate, alla ricerca della migliore formula che possa coniugare l’esigenza di pubblicizzare il cartaceo attraverso il web evitandone la dispersione in termini di copie. Un altro elemento che conforta la tesi dell’innocuità delle rassegne stampa.
Il difficile rapporto tra carta stampata e web, rileva Bordin, si apprezza anche nel tetntativo di confezionare rassegne il più possibile complete ed attuali: «è molto difficile passare in rassegna le testate online, in primo luogo perché la volatilità delle homepage è tale da non permettere una sintesi sufficientemente fresca. Più ragionevole è lo sforzo di approfondimenti verticali, basati su singoli argomenti. Anche se sarebbe molto interessante avere gli strumenti per monitorare con la debita frequenza le homepage delle testate digitali: in quel caso l’esperimento potrebbe fornire dei risultati davvero interessanti».
Un’ultima battuta è dedicata ancora alla vicenda della rassegna di Montecitorio che è finita oscurata al pubblico e più precisamente a quanti hanno avanzato l’ipotesi che la decisione sia stata presa in virtù delle pressioni di politici tentati dalla possibilità di limitare la diffusione di articoli sgraditi.
Su questo punto Bordin sembra abbastanza convinto: «Spero non sia così, anzi tendo a escluderlo. Significherebbe che la politica è davvero giunta al punto di non ritorno». Una risposta condivisibile ma che forse, paradossalmente, rinnova il sospetto.

 

 

@coconardi

 

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