L'Editoriale

A chi serve uno sport così drogato

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Il calcio metafora di un Paese. Lo sport è bellissimo ma tra furbi, disonesti e regole ballerine non c’è da meravigliarsi più di nulla. Il tifo trasformato in religione è diventato l’oppio di un’Italia sprofondata nella crisi. Il lavoro gira male? Pazienza: c’è sempre qualche partita a cui pensare. La rabbia sociale cresce? Quale miglior posto delle curve per sfogare ogni malessere. Così il grande circo è diventato il business che conosciamo, l’unico mondo dove ogni iniquità è accettata senza battere ciglio. Se ai campioni vanno milioni, tanti altri però non vogliono essere coglio… e dunque nelle serie minori gli affari si fanno sottobanco. Tutti lo sanno, eppure anche qua lo Stato tollera da sempre le scommesse, incentivando il malaffare. Impedire i pronostici legali nei campionati di secondo piano lascerebbe carta bianca ai clan malavitosi, obiettano le molto interessate società delle lotterie. Ma se non si inizia da qualche parte a smetterla con questa droga letale delle scommesse tra un po’ giocheremo su tutto. E anche la passione allo stato puro diventerà business. Con lo Stato che resta a guardare chi fa affari, chi delinque e chi si rovina.

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