L'Editoriale

Alle urne come peggio non si può

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L’ultimo capitolo della legge elettorale non poteva che chiudersi così: proteste in Aula al Senato, proteste in piazza, disgusto persino da parte di molti senatori che oggi chiuderanno la partita, mettendoci nelle condizioni di andare tra qualche mese a votare. Non illudiamoci su altri tipi di finali: saltato l’improbabile tentativo di accordo tra Renzi, Grillo e Berlusconi, si fosse anche scritta la migliore riforma del mondo, la battaglia era inevitabile. E questa legge è tutt’altro che la migliore del mondo. L’imposizione con la doppia Fiducia in entrambi i rami del Parlamento e il meccanismo di sostanziale nomina per gran parte dei prossimi eletti nelle due Camere, sono però imperdonabili. E al di là di quello che probabilmente un giorno dirà la Consulta, magari facendo fare al Rosatellum la stessa fine del Porcellum, si è dato uno schiaffo senza precedenti non solo ai deputati e senatori messi all’angolo, ma soprattutto a noi cittadini, privati ancora una volta della possibilità di eleggere chi vogliamo e non chi vogliono le segreterie di partito. In questo quadro si è fatto sentire l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha evocato forti pressioni su Gentiloni. Ora Napolitano non è chiaro se ha ben presente di non essere più sul Colle, ma da senatore a vita, vincolato all’obbligo di fedeltà alle istituzioni e al popolo italiano, in questo modo ha messo un’ipoteca sulla firma di Mattarella. Ipoteca che ora può cancellare solo chiarendo di che pressioni si è trattato, chi le ha esercitate e con quali argomenti.

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