L'Editoriale

Un anno di Far West è troppo

MARIO DRAGHI
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Mentre la politica non parla d’altro che del Quirinale – non sia mai che la spunti Draghi e si torni presto a votare – l’Istat ci dice che la fiducia delle imprese a dicembre è scesa (malgrado gli investimenti attesi dal Pnrr), mentre la Cgil conta cinquantamila posti di lavoro a rischio, di cui più della metà nelle aziende in crisi seguite dal Mise, il ministero di Giorgetti.

L’Italia reale, che è sfiancata dalla pandemia, ed è tutto da vedere quanto accetterà con rassegnazione le nuove restrizioni per contenere il virus, ha ben altri pensieri, insomma, che non i giochi di Palazzo, dove ieri la Boschi faceva festa per il passaggio di due voltagabbana dal Gruppo Misto a Italia Viva (sai che acquisto!), oppure al Senato si apriva la strada alla restituzione di un altro pezzetto dei vitalizi (leggi l’articolo).

D’altra parte, stiamo entrando nell’ultima frazione della legislatura, e anche se a Palazzo Chigi resterà il premier più celebrato di sempre da poteri forti e giornalisti deboli, ogni giorno avrà la sua pena. Più si avvicineranno le elezioni più i partiti vorranno marcare la distanza tra loro.

C’è da chiedersi, allora, se pure col Covid non sia meglio una fine della legislatura spaventosa piuttosto che uno spavento senza fine, con una capacità sempre più ridotta di varare provvedimenti significativi. Una priorità assoluta, perché malgrado Draghi dica che tutte le riforme concordate con l’Europa sono chiuse, in realtà di fatto c’è solo la cornice. E neanche tutta intera. Se la politica può permettersi di tirare a campare per un anno, gli italiani non hanno lo stesso tempo da buttare.

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