Bastonate ai profughi in mare. Questa Europa ha perso l’umanità

di Gaetano Pedullà

Se questa è l’Europa, abbiamo sbagliato tutto. Dovevamo abbattere i confini e invece ne abbiamo costruiti di più profondi, lasciandone fuori l’umanità che è la summa della nostra civiltà e dei nostri valori. Le immagini che stanno facendo il giro del mondo, con i marinai greci che prendono a bastonate i migranti su un gommone in mezzo al mare, e gli sparano pure, cosa ci dicono della cultura occidentale, la stessa di cui proprio la Grecia è stata la culla? Sia chiaro: sull’immigrazione si sono fatti errori giganteschi, storici, politici ed economici, e non c’è dubbio che da noi non può entrare chiunque. Ma aggredire dei profughi su una barca che galleggia appena, a prescindere dal fatto che fuggano o no da una guerra, è la resa di tutto: dalle leggi umanitarie a quelle del mare, fino al minimo del buon senso. Siamo sconfitti, quindi, e mai ci risolleveremo se non smettendola di essere ipocriti.

I muri in Bulgaria, i lager in Libia, i campi di concentramento in Turchia, il blocco navale nella testa della Meloni, sono tutti espedienti inutili fin quando non si fermerà l’esodo dall’Africa e dal Medioriente. Aree del pianeta potenzialmente ricche, e perciò perfettamente in grado di non far fuggire i propri abitanti. Depredate nei secoli delle avventure coloniali, poi egemonizzate dalle superpotenze in un perenne Risiko globale, e ancora oggi schiacciate dal debito, le nazioni da cui parte la forza lavoro migliore possono salvarsi e salvarci solo se cominceremo ad aiutarle sul serio.

E “sul serio” non significa gettando loro un osso con le elemosine della cooperazione, ma cominciando a restituire le enormi ricchezze di cui ci siamo impossessati, e che sono ben visibili a tutti se solo si avesse l’onestà intellettuale di domandarsi da dove ha origine buona parte della magnificenza di Londra, o di Parigi, Madrid e Lisbona, e persino di Roma. Quello che abbiamo preso per secoli ci sta chiedendo da appena qualche decennio il conto, e noi facciamo orecchie da mercante, pagando qualche miliardo a Erdogan per sigillare le frontiere, come faceva l’impero romano affidando ai meno barbari ai confini il compito di fermare i più barbari che vi premevano. Com’è andata a finire l’abbiamo visto, e altrettanto sappiamo che dopo venne il Medioevo. Storie del passato, ma purtroppo anche del presente, a meno di non vedere quanta oscurità c’è nella richiesta di schierare gli eserciti davanti alla frontiera turca, avanzata ieri da Salvini e della destra europea più becera.

Quanto pensiamo di poter ancora resistere alla disperazione di milioni di persone? Forse abbiamo legna in cascina per andare avanti altri dieci o vent’anni, ma poi presto o tardi i tappi salteranno. Meglio allora pensarci per tempo, premesso che di tempo ne abbiamo già sprecato moltissimo. Perché i sistemi democratici o i regimi temperati non si creano in un giorno, e senza queste precondizioni è impossibile gettare le basi di una crescita economica. Per fare tutto questo non c’è nessun Paese capace di agire da solo. Le grandi potenze sono indebitate fino al collo, e al di là dell’ultimo malanno arrivato col coronavirus, hanno difficoltà a mantenere i livelli di benessere del passato. C’è perciò solo una strada per difenderci tutti, stretta e niente affatto comoda, che porta a una redistribuzione della ricchezza attraverso giganteschi piani di interventi pubblici in Europa e nel mondo, sostenuti abbattendo il debito degli Stati con la svalutazione delle monete e la rivalutazione delle competenze, della sostenibilità ambientale e del lavoro.

Davanti a noi ci sono sfide gigantesche, a cominciare dalla transizione energetica e dalla liberazione del sistema industriale dai carburanti fossili per riconvertire tutto e passare alle fonti rinnovabili. È una partita con la Storia, affascinante e disperata, perché se la perdiamo andremo incontro all’invasione dei mondi, Oriente e Occidente che si dissanguano in guerra, e il pianeta sempre più popolato da noi consumatori di risorse che paga per tutti. I G8, i G20, i G vattelapesca, i Trump, la von der Leyen e Xi Jnping, gli Stati, il Fondo monetario internazionale, le banche centrali e tutte le strutture sovranazionali che paghiamo non si sa perché, se c’è una cosa di concreto che possono fare è smetterla di guardare al loro orticello e varare un piano di salvataggio per il pianeta. Lo faranno mai?

Oggi da quest’orecchio non sembrano proprio sentirci, e dietro parole vuote continuano tutti a offrirci le solite aspirine. Un regalo ai nazionalismi e a chi pensa di salvare il salvabile alzando muri invece che costruendo ponti. Una tattica che nell’immediato fa qualche gol, ma alla lunga ci farà perdere la partita e retrocedere in un campionato dove si gioca con regole che oggi non conosciamo. Il peggior lascito possibile alle prossime generazioni, e la sconfitta non solo della politica, ma del nostro essere uomini.

 

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