L'Editoriale

I Benetton e la farsa Autostrade

BENETTON PEREZ
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Erdoğan che umilia l’Europa lasciando la presidente von der Leyen senza poltrona in un incontro ufficiale è un principiante rispetto a quello che stanno facendo i Benetton con l’Italia. Riusciti chissà come a farsi dare la concessione di gran parte delle autostrade italiane a condizioni di straordinario favore, dopo aver guadagnato miliardi per trent’anni grazie a manager che adesso vorrebbero disconoscere, i nostri Signori del casello sembravano a un passo dal riconsegnare al controllo pubblico la gallina dalle uova d’oro.

I 43 morti nel crollo del ponte Morandi di Genova, e la caparbietà di un’unica forza politica – i Cinque Stelle – nel voler mettere fine a una condizione di assoluto privilegio per i gestori a spese degli automobilisti, hanno portato a una generosa offerta della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), integrata da alcuni Fondi internazionali d’investimento, contro cui Atlantia (la holding che ha nei Benetton gli azionisti di riferimento) ha resistito per oltre due anni con scuse, cavilli legali e rilanci.

Ora, arrivati alla decisione finale, di fronte a un apparente volontà degli azionisti di Ponzano Veneto di passare la mano, spunta però l’ennesimo colpo di scena: lo storico socio spagnolo dei Benetton, Florentino Pérez (nella foto), patron del colosso Acs (e della squadra di calcio del Real Madrid) si è fatto avanti con un’offerta per Autostrade recapitata attraverso un articolo del Financial Times. Nella proposta non c’è un prezzo, ma si parla genericamente di dieci miliardi, cioè circa un miliardo più di quanto offre la Cdp, ma da quantificare solo in seguito all’approvazione del Pef (il Piano economico finanziario con le tariffe ancora al vaglio del Governo).

Un’azione ai limiti della turbativa di mercato, ma che rientra benissimo in un contesto consolidato di violazione degli accordi contrattuali, dalle manutenzioni mai fatte su ponti e gallerie, sino alle pressioni lobbistiche per adeguare continuamente al rialzo i pedaggi. Metodi ammessi dai dirigenti della galassia Benetton, insieme all’ingordigia di denaro dei padroni, nelle intercettazioni che accompagnano l’inchiesta sulla strage del viadotto Polcevera.

Di fronte alla metà di tutto questo in un Paese normale sarebbe lapalissiana la revoca per giusta causa della concessione, con risarcimento dei danni e penali, ma in questa Italia culla del diritto e alcova dei peggio malfattori, di annullare un contratto miliardario come quello di Autostrade nemmeno se ne parla. Ci aveva provato, a dire il vero, l’ex ministro Toninelli, ma per questo motivo tv e giornaloni al servizio del Sistema ne hanno linciato l’immagine pubblica, rappresentandolo come un incapace, mentre stava provando a restituire allo Stato quello che i capacissimi ministri di destra e di sinistra avevano praticamente regalato a un privato.

Toninelli ha perso il posto,  e ora non se la passa troppo bene neppure l’amministratore delegato della Cdp, Fabrizio Palermo, che sta insistendo nel portare a casa il mandato conferitogli dal precedente Governo Conte, i cui obiettivi potrebbero essere un po’ diversi da quelli del premier Draghi, guarda caso direttore generale del Ministero dell’Economia proprio quando il Tesoro decise di dare la gestione delle autostrade ai Benetton alle condizioni capestro che ora conosciamo.

Seppure del tutto generica, la disponibilità manifestata da Pérez per prendersi le nostre autostrade ha indotto Atlantia a far sapere subito di essere pronta a trattare, con un atteggiamento ben diverso da quello tenuto con la Cdp, quando si potevano prendere in esame solo le offerte irrevocabili. Un ulteriore indizio, se mai ne servissero, che col socio spagnolo (hanno scalato insieme il maggiore concessionario iberico, Abertis) la società dei Benetton ci va a nozze, e che dietro le scaramucce tra Ponzano Veneto, i fondi azionisti e i manager resta un unico collante: finché dura nessuno porti via il bengodi dei caselli.

Aspettiamoci dunque nuove avvincenti puntate di una telenovelas dove sono sempre i cittadini a pagare il biglietto. Una brutta storia che testimonia quanto sia difficile difendere gli interessi collettivi, accerchiati da clausole e penali contrattuali, che per lo Stato valgono sempre mentre per certi privati chissà.

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