L'Editoriale

Che silenzio sul voto per l’Europa. E’ l’occasione per chiudere l’epoca infelice dell’austerità e degli euroburocrati

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Un albero che cade fa più rumore di un’intera foresta che cresce, ma se i partiti fanno tutti i taglialegna alla fine resta solo un frastuono che stordisce, bloccandoci su fantomatiche guerre ai negozi della cannabis o all’evergreen dei rigurgiti fascisti, questo giro persino dentro una fiera letteraria, mentre ci sfuggono del tutto quisquiglie come il taglio netto dei parlamentari e pinzillacchere della serie che voto dare per l’Europa.

La politica, in campagna elettorale, è logico che usi tutte le munizioni di cui dispone, ma a due settimane dalle urne bisogna telefonare a Chi l’ha visto? per denunciare una scomparsa senza precedenti di programmi e di sensibilizzazione dei cittadini sull’oggetto della consultazione del 26 maggio, piuttosto che su derby tra le tifoserie di Di Maio e di Salvini, con pochi affezionati del Pd e di tutto il resto.

E dire che da questo voto europeo può dipendere la stessa tenuta dell’unione, per non parlare di una moneta che ha fallito molti obiettivi. Il presidente della Bce, Mario Draghi, dice di ridere solo al pensare che finisca l’euro, ma il rallentamento della crescita, e il conseguente malessere che sale in tutti i Paesi della Comunità, sta facendo piangere milioni di persone.

Se non ci si vuole rassegnare, o finire per abituarsi alla rivolta della piazza, sul modello dei gilet gialli, c’è solo una finestra utile, ed è davvero incredibile che se ne parli pochissimo, rischiando di farci perdere un’occasione che potremmo non avere più per chiudere l’epoca infelice dell’austerità e degli euroburocrati.

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