L'Editoriale

Cinque anni al minimo sindacale

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Il Presidente del Consiglio Gentiloni l’ha detta giusta: il suo Governo ha garantito una fine ordinata della legislatura. Per un esecutivo fotocopia di quello precedente, tirato fuori dal cilindro di Napolitano anziché dalle urne, il risultato minimo è comunque un risultato. Il Paese meritava di più, meritava di meglio? Certo che sì, soprattutto perché le condizioni esterne (tassi bassi e politica monetaria accomodante della Bce) avrebbero potuto fare crescere molto di più la nostra economia. Più che guardare alle riforme fragili di Renzi e a quello che non si è fatto – a partire dal tradimento di un impegno solenne sullo Ius Soli – ora però conta solo quello che si è fatto malissimo: la legge elettorale. È inutile che ci giriamo troppo attorno, a meno di fatti eccezionali le urne del 4 marzo eleggeranno un altro Parlamento instabile, dove si dovrà tornare a scendere a patti per governare. Un’assicurazione sulla vita per i mercati che ci chiedono di fare le riforme giusto quanto basta per garantire gli impegni sul nostro debito, non certo per toglierci di dosso strutturalmente una zavorra che non ci fa correre ad armi pari con i nostri concorrenti. L’unico modo per avere la meglio sulla fantasia, l’intraprendenza e la genialità di questa Italia che nonostante tutto resta campione nell’export e nell’apprezzamento da ogni parte del mondo. Questa prevedibilissima impossibilità di un governo forte è il frutto amaro della legislatura. Da cui oggi persino un grigio Gentiloni bis sembra non essere la prospettiva peggiore.

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