L'Editoriale

Sul clima non basta l’aspirina

clima Greta
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Tra salamelecchi, solite foto da museo delle cere, aerei e pranzi di Stato, i grandi del pianeta sono riusciti a farsi spernacchiare da Greta, una ragazzina che al loro cospetto è un gigante. Troppo facile – direte – bocciare ogni accordo sul clima giudicandolo insufficiente, ma era senz’altro più difficile portare a casa così poco dal doppio appuntamento del G20 di Roma e della Cop26 di Glasgow.

Il punto, se potiamo al massimo la questione, è che la transizione ecologica costa un botto, e naturalmente ognuno cerca di pagare meno che può del conto. Tanto i Paesi che stanno cavalcando la loro crescita – a partire da Cina e India – quanto le economie mature di Europa e Usa, dovrebbero scaricare su cittadini e imprese un fardello pesantissimo, e per bilanciarlo soffrirebbero anche i bilanci pubblici. Quello che ci voleva dopo il Covid, insomma.

Ma il surriscaldamento della Terra non è una tragedia quanto la pandemia? I leader politici che a parole dicono di sì, come cura si accontentano di qualche aspirina, ben sapendo che già tra dieci o vent’anni riparare i danni delle attuali emissioni inquinanti sarà molto più difficile e costoso.

Quindi non stiamo affrontando la questione come si è fatto col Covid, tirando fuori i vaccini e non i palliativi, mentre tutte le banche centrali del mondo hanno creato le risorse necessarie per far fronte al Pil crollato come se fossimo in guerra. Dunque, quando si vuole le terapie d’urto si fanno. E se si rinviano ci sono due sole spiegazioni: o non si crede fino in fondo alla gravità della malattia, oppure il medico è scarso.

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