L'Editoriale

Col bavaglio ci perde pure Giorgia

La legge bavaglio, ispirata da un distorto garantismo, può fare più danni del presunto giustizialismo che si prefigge di arginare.

Col bavaglio ci perde pure Giorgia

Chiamata ad esprimersi sull’inchiesta Anas, che coinvolge Denis (indagato) e Tommaso Verdini (ai domiciliari), rispettivamente suocero e cognato del ministro Matteo Salvini, durante la conferenza stampa di inizio anno la premier Meloni ha risposto così: “Penso che sulla questione bisogna attendere il lavoro della Magistratura, gli sviluppi, se necessario commentare quelli e non i teoremi. Da quello che ho letto le intercettazioni fanno riferimento al precedente governo, Salvini non è chiamato in causa e ritengo che non debba intervenire in Aula su questa materia”.

Ora postdatiamo l’inchiesta e la conferenza stampa a gennaio 2025, quando la legge bavaglio che impedisce la pubblicazione integrale o per estratto delle ordinanze di custodia cautelare potrebbe essere entrata in vigore. E immaginiamo le stesse domande alla Meloni tra dodici mesi.

La sua risposta potrebbe suonare più o meno così: “Penso che sulla questione bisogna attendere il lavoro della Magistratura, gli sviluppi, se necessario commentare quelli e non i teoremi. Ma non avendo potuto leggere l’ordinanza di custodia cautelare, e quindi neppure le intercettazioni, per il divieto di pubblicazione da noi imposto, non sappiamo se la vicenda chiami in causa l’attuale o il precedente governo, per questo Salvini farebbe bene a intervenire in Aula per chiarirlo”.

Un paradosso, ovviamente. Che dimostra però come la legge bavaglio, ispirata da un distorto garantismo, può fare più danni del presunto giustizialismo che si prefigge di arginare.