L'Editoriale

Da Bruno Caccia alla Lucarelli, la tortura della giustizia lumaca

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Neppure un animo incendiario come quello di Selvaggia Lucarelli ha retto alla tensione di una sentenza arrivata dopo sette anni. I giudici l’hanno assolta dal temibilissimo reato di aver sottratto da un computer le foto di una festa vip e l’imputata ha finito di scontare una tortura mediatica che comunque l’è costata più della pena prevista in caso di condanna.

Bazzecole rispetto a quello che hanno subito i familiari del procuratore della Repubblica di Torino Bruno Caccia, ammazzato dalla ‘ndrangheta nel 1983. Solo ieri è arrivata la condanna per l’esecutore materiale di quell’omicidio, vecchio ormai di 34 anni. Che si uccida un magistrato o si vada a caccia di gossip questa magistratura così lenta mette alla gogna tanto chi aspetta giustizia quanto chi commette i reati. Il problema non è nuovo e la ricetta per risolverlo è solo una: rafforzare con un piano straordinario gli organici dei tribunali.

Tra il dire e il fare, bandire i concorsi ed espletarli si sa che servono anni, ma se non si parte non si arriva mai. Una considerazione che evidentemente sfugge ai magistrati, troppo presi a menarsi per le nomine invece di premere per gli organici.

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