Dal Recovery Fund a Dublino. La svolta della von der Leyen porta la firma dei 5 Stelle

di Gaetano Pedullà

L’Italia canta vittoria in Europa. Anche i partiti più euroscettici e sovranisti devono ammettere che l’epoca dell’austerità e delle spallucce di Juncker è dimenticata, e con la presidenza della von der Leyen il nostro Paese ha un ascolto mai visto prima. Dal superamento del regolamento di Dublino che ci ha ridotto a campo di accoglienza dei migranti in transito verso qualunque confine d’Europa, al pieno di miliardi del Recovery Fund, il conto tra dare e avere con Bruxelles è per la prima volta positivo.

Ma se abbiamo ottenuto questa svolta non è per caso. A far eleggere la von der Leyen e a dare di conseguenza un peso specifico enorme al nostro premier Conte, è stata la decisione in quel momento sorprendente dei Cinque Stelle. Pur arrivando all’Europarlamento sull’onda di una proposta politica fortemente eurocritica (all’epoca a Palazzo Chigi era in piedi la maggioranza gialloverde), la delegazione di 13 eletti M5S ebbe il coraggio di rompere con i colleghi leghisti, che all’ultimo momento decisero di restare all’opposizione, preferendo diventare marginali insieme alla Le Pen e all’estrema destra.

Da quella scelta Salvini ricavò un rilevante dividendo politico, continuando a sbraitare contro l’Europa arcigna e anti-italiana, quando invece le cose stavano cambiando e adottando la linea del dialogo ci preparavamo a portare a casa i primi veri risultati. Tra questi, sicuramente il più ambizioso dopo gli aiuti economici imposti dalla pandemia, c’è la revisione degli accordi di Dublino, grazie ai quali i migranti che arrivano sulle nostre coste possono restare in Italia anche per mesi (spesso pure anni) in attesa che la domanda di asilo o di soggiorno venga esaminata. Una covenzione obsoleta e inefficiente, firmata nel 1990, e di cui tutti a parole riconoscono il costo spropositato per l’Italioa, salvo poi lasciare perennemente le cose come stanno.

Ci voleva dunque una pressione straordinaria dall’interno delle istituzioni, a partire dalla Commissione e dall’Europarlamento, per arrivare a una prima disponibilità a cambiare davvero le cose. Un risultato che da solo ripaga del sacrificio, anche in termini elettorali, che i Cinque Stelle pagarono all’indomani delle ultime elezioni europee, quando i sovranisti alle vongole di casa nostra li accusavano di essere diventati casta facendo eleggere proprio la von der Leyen. La retorica prevalente era che solo la Lega e Fratelli d’Italia restavano a difendere a muso duro gli interessi dell’Italia, quando in realtà quella ottusa opposizione non portava a nulla, visto che le istituzioni comunitarie non funzionano come quelle nazionali, in cui le opposizioni in qualche modo partecipano ai processi decisionali.

Tutto questo però importava poco a chi stava progettando la frattura del Papeete, e nonostante le posizioni lontane tra il Carroccio e Forza Italia (più europeista e nel Partito Popolare Europeo), si fece una guerra senza quartiere anche a Conte e al Pd, colpevoli di venire a patti col “nemico” pur di ottenere ruoli determinanti e oggi si è visto quanto preziosi, come il ruolo di Commissario per gli Affari economici a Gentiloni e la presidenza del Parlamento europeo a Sassoli. Grazie a queste conquiste oggi l’Italia passa all’incasso e può sperare di risollevarsi dalla pandemia con in vista la fetta più consistente del Recovery Fund , pari a 209 dei 750 miliardi totali. E scusate se è poco.

 

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