L'Editoriale

Draghi e la pace solo a parole

A parole ieri il premier Mario Draghi si è avvicinato alla linea francese della trattativa sull’Ucraina senza umiliare Putin.

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Di cosa è meglio fidarsi: delle parole o dei fatti? A parole ieri il nostro premier si è avvicinato alla linea francese della trattativa sull’Ucraina senza umiliare Putin, togliendosi di dosso un po’ di quell’immagine di fedele portaordini degli Usa, di cui ha ammesso la diversità d’interessi con l’Europa rispetto ai rapporti con Mosca. La Russia non è più invincibile come Golia (che infatti fu battuto) e la pace si può spingere con Kiev, magari cominciando a parlare di miliardi da scucire per la ricostruzione.

Se però guardiamo i fatti, proprio ieri il ministro della Difesa, Guerini, ha confermato l’invio di nuove armi all’esercito ucraino, la prosecuzione delle operazioni Nato con nostri soldati in Lettonia e Romania e l’aggiunta di un ulteriore impegno militare italiano in Ungheria e Bulgaria, di cui il Parlamento attende ancora informazioni.

Ora si sa che all’esercito dei “Migliori” Draghi & Guerini i generali piacciono a tal punto da averne scelto uno per combattere pure il Covid, così come si sa che il premier ha una tale considerazione delle Camere da informarle degli accordi con Biden dopo averli presi e non prima, ma è arduo spiegare come si coniughi con la ricerca della pace l’avvio di ulteriori manovre belliche della Nato sul fianco Sud-Est dell’Europa.

Missioni probabilmente programmate da tempo, ma che ci vedono pur sempre esecutori di decisioni prese da chissà chi, e palesemente contrarie alla distensione di cui adesso c’è bisogno. Qualunque parola bella usino Biden, Draghi e i tanti sedicenti cercatori di un’intesa, a secco di risultati dopo 75 giorni di guerra.