Due sconfitte su armi e petrolio

L’esercito russo sta infliggendo colpi durissimi a due soggetti mai visti al fronte, ma che la guerra ha fatto scoprire più deboli.

Per quanto avanzi lentamente, e anzi da qualche parte si ritiri pure, l’esercito russo sta infliggendo colpi durissimi a due soggetti mai visti al fronte, ma che la guerra ha fatto scoprire più deboli di quanto già non si sapesse.

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Il primo è l’Unione europea, ostaggio di regole fuori dal tempo, per cui la sola Ungheria ha potuto bloccare l’embargo sul petrolio approvato da tutti, anche se diversi Paesi hanno tirato un sospiro di sollievo per l’ostinazione di Orbán.

L’altra vittima è la maggioranza che sostiene Draghi, ieri andata sotto tre volte, e che – per dirla con la Meloni – ormai è a pezzi. Pur contando su un numero elevatissimo di deputati, i partiti al governo non sono riusciti a garantire il numero legale, con la particolare assenza dei leghisti.

Come possano fare un’Europa debole e una politica italiana ancora più logora a fronteggiare il crollo dell’economia (ieri ci hanno tagliato nuovamente le stime sulla crescita) e soprattutto le resistenze di Mosca e Kiev a trattare, è un mistero. Eppure le strade per rafforzarci in casi di forza maggiore, come questo, ci sono, più semplici sul versante nazionale che in quello europeo.

Mentre a Bruxelles la soluzione passa da una riforma dei trattati, rimuovendo il vincolo dell’unanimità valido quando gli Stati avevano divergenze ma un comune sentire (e dunque prima dell’allargamento a Est), in Italia basterebbe un po’ di trasparenza, evitando alle Camere di non potersi nemmeno esprimere sull’invio di non si sa quali armi, comprese quelle più pesanti che potrebbero prolungare il conflitto invece che arrestarlo.