L'Editoriale

Gli errori della destra insegnino

Salvini Meloni
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp

Come il topo che corre nella ruota, Giorgia Meloni non ce la fa a smettere, e invece di rasserenare gli animi come chiedono chiaramente gli elettori (anche di destra) continua a dare guerra al ministro dell’Interno, rilanciando la petizione per farla dimettere. Contenta lei, in fin dei conti sta all’opposizione e silurare un componente del governo fa parte del gioco, pure in mezzo a una pandemia.

D’altra parte, nella ruota accanto corre persino più spedito il compagno di selfie Matteo Salvini, che azzarda paragoni arditi tra Italia e Cile, dove la polizia non usa gli idranti il giorno del voto (infatti ai tempi di Pinochet faceva ben di peggio e pure di recente la musica non è cambiata). Invece di fare un’inversione a U, insomma, e imparare dai loro errori, i due leader della destra italiana hanno deciso di sbattere la testa più forte nel muro, sperando che si rompa prima che gli si apra il cranio.

Eppure è tanto chiaro che persino i loro sostenitori più convinti si sono rotti di essere presi in giro col giochino della Lega di lotta e di governo, alleata di Fratelli d’Italia alle elezioni e contrapposta in Parlamento. Un taglia e cuci a seconda delle opportunità del momento che ha demotivato gli elettori sovranisti dall’andare a votare alle amministrative. Un caos da cui devono trarre una lezione anche Cinque Stelle e Pd. Se c’è davvero spazio per un accordo strutturale non si può replicare il modello perdente della destra, con un’alleanza giallorossa il Parlamento e in alcuni Comuni, mentre si sta all’opposizione in tutte le altre parti.

Queste asimmetrie confondono, e se possono servire in qualche realtà locale, alla lunga stancano e fanno scappare i cittadini. Dunque ora è il momento di decidere. E siccome l’amore si fa in due (le altre varianti lasciamole stare) Letta deve scegliere tra i Cinque Stelle e Calenda con gli altri cespugli che si offrono in alternativa. Una decisione che se presa adesso, su un piano di pari dignità e programmi comuni, ha tutto il tempo di maturare e vincere alle elezioni del 2023. Diversamente, tutto si può fare anche all’ultimo istante, ma più si rinvia meno si arriverà tonici all’appuntamento. Sia che si marci insieme, sia che si resti come adesso alternativi.

Gli ultimi editoriali

La Tv democratica non è folle

Per quanto l’ex premier Mario Monti abbia rettificato, l’idea di selezionare “in modo meno democratico” chi fa informazione è indigeribile. Il controllo dei media è

Continua »

La politica imbullonata a Telecom

Le grandi economie europee possono ancora definirsi liberali? Già prima del Covid la situazione era disperata. Gli interessi nazionali avevano creato una situazione asimmetrica, con

Continua »