L'Editoriale

I Benetton ora sanno chi è Conte

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Per la serie non è mai troppo tardi, il governatore ligure Toti ha fatto causa alla società Autostrade controllata dai Benetton, mettendoci dentro per par condicio anche il Ministero dei trasporti, tanto ormai tra Stato e Regioni manca solo la consegna della dichiarazione di guerra. Purtroppo lo stesso Toti e la sua parte politica, a cominciare dalla Lega, fino a ieri hanno fatto tutt’altro che contrastare i Benetton, assestando il classico calcio dell’asino giusto adesso che arriva il game over da parte del Governo. Il premier Conte, col sostegno in concreto dei soli Cinque Stelle, ha dovuto lavorare sodo due anni, raccogliendo perizie, pareri legali, persino una pronuncia della Corte costituzionale, e adesso ha qualche freccia al suo arco per revocare la concessione a chi doveva impedire il crollo del ponte di Genova, i 40 morti del viadotto di Avellino e un altro bel po’ di disastri in mezza Italia dovuti a carenze di controlli e manutenzione.

Per non arrivare a tanto i Benetton hanno usato tutto il potere di cui dispongono, minacciato cause miliardarie, fatto finta di volersi comprare l’Alitalia, avviato trattative su un possibile ingresso dello Stato nella società che gestisce le infrastrutture per conto dello stesso Stato. Tutte manovre con un solo fine: prendere tempo in attesa che saltasse il primo Governo dopo decenni indisponibile a scendere a patti con loro. Un Governo che a differenza del racconto di immobilismo e liti continue che vediamo immancabilmente su stampa e tv, sta facendo molte cose. E che cose!

Mentre cerca fondi in Europa, gestisce l’emergenza sanitaria niente affatto finita, prepara la riapertura delle scuole e quant’altro, Conte e la sua maggioranza giallorossa stanno riuscendo anche a togliere questa incredibile mangiatoia delle autostrade regalate nella Prima Repubblica ai signori dei caselli. Bisogna infatti risalire a quell’epoca per trovare le leggi e i contratti sciagurati voluti (e blindati) da una politica disinteressata dell’interesse pubblico e genuflessa ai capricci dei privati, che regalò ai Benetton e agli altri grandi concessionari un’autentica gallina dalle uova d’oro, con guadagni garantiti e utili miliardari da poter rimpinguare risparmiando sulle manutenzioni, come ha denunciato solo pochi giorni fa anche l’Autorità Anticorruzione.

Oggi tutto questo può cominciare a diventare un ricordo, con tutti i sacrosanti effetti benefici per le tasche dei cittadini e di chi presto potrà pagare pedaggi più bassi, ma anche con alcuni costi per il mercato e i dipendenti della società concessionaria. Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l’Italia (Aspi), ieri è letteralmente crollata in Borsa, facendo perdere molti soldi ai piccoli e grandi azionisti che si sono fidati dei Benetton, senza considerare la loro folle strategia per restare in paradiso a dispetto dei santi. Dopo il crollo del Ponte Morandi la famiglia di Ponzano Veneto aveva promesso collaborazione con lo Stato, salvo poi scoprire che i loro manager continuavano a nascondere le carte sulle manutenzioni.

Ne seguì il taglio di qualche testa, compresa quella dello storico amministratore delegato Giovanni Castellucci, che chissà come mai ha preteso e ottenuto ampie manleve, ma la volontà di un accordo vero non c’è mai stata e ieri, solo dopo le parole definitive del premier, pure il mercato ha capito che il tempo di certi regali di Stato è finito. Perciò i Benetton sono responsabili anche delle perdite dei loro investitori, così come del possibile taglio dei posti di lavoro nelle loro società, che con ben altro atteggiamento si sarebbero potuti preservare facendo lavorare queste imprese ad esempio con l’Anas. Mai però c’è stato un lavoro serio per trovare un accordo con lo Stato, e Aspi può solo prendersela con se stessa se la revoca della concessione portasse al suo default. Resta invece aperto il tema su chi gestirà in futuro le nostre autostrade.

Purtroppo pure in Italia abbiamo visto quanto sia negativa l’esperienza dello Stato imprenditore. La politica dove può infilare le zampe e fare clientele non ha mai perso quasta occasione. Lo Stato invece fa molto meglio quando è un buon regolatore, e una volta fissati dei guadagni equi (e non faraonici come avviene adesso nelle concessioni non solo autostradali) i privati possono portare efficienza e benefici per tutti i cittadini. La strada da perseguire resta allora questa, con ampia rassicurazione per i Benetton come per tutti di poter partecipare a un futuro bando di gara, ma alle condizioni, agli equi guadagni e agli obblighi di fare le manutenzioni stabiliti dallo Stato e non dettati dai privati. Per arrivare a questo – apparentemente il minimo sindacale – sono serviti decenni di denunce, all’inizo flebili e isolate (questo giornale ne fa una bandiera da otto anni, dal primo giorno in edicola) e ora più decise ed efficaci, con un Governo e una forza politica autenticamente antisistema come i 5 Stelle disposte ad andare fino in fondo.

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