I sindacati, la Raggi e la Fornero

di Gaetano Pedullà

Il mondo va avanti ma loro no, non ci riescono proprio. Da forza progressista sono diventati un’icona della conservazione, e non solo perché ormai composti in maggioranza da anziani e pensionati. I sindacati, protagonisti delle grandi conquiste dei lavoratori dal dopoguerra al boom economico, poi baluardo nella stagione del terrorismo, dagli anni novanta hanno assunto come marchio di fabbrica la difesa dei privilegi, a cominciare dai loro.

Abbandonati da operai, commercianti, impiegati, stanati da inchieste giornalistiche, pesantemente ridimensionati rispetto all’epoca della concertazione, Cgil, Cisl e Uil restano in piedi grazie a rendite di posizione come il monopolio della rappresentanza nella contrattazione, le casse riempite grazie a Caf, patronati, contributi pubblici e distacchi aziendali. Potere, insomma, che ha lasciato senza seguito l’ipotesi di fondere le diverse organizzazioni in un unico soggetto più rappresentativo.

Perché mai, d’altronde, rinunciare a poltrone, stipendi e benefit, anche se poi incoerentemente si denunciano lo Stato e gli Enti locali che non riducono i costi aggregando le società partecipate, roccaforte del sistema clientelare? Così da questo mondo, riuscito a fare appena tre ore di sciopero contro la legge Fornero, arriva un siluro per la Raggi, che devono considerare un pericolo peggiore: uno sciopero generale a Roma. Motivo scatenante: la sindaca liquida Roma Metropolitane, una di queste inutili società. Anziché dire grazie, i sindacati incroceranno le braccia. Chiaro perché dei sindacati non interessa più a nessuno?

 

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