L'Editoriale

I veri numeri sul lavoro sono negativi

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Come darla vinta al diavolo e all’acqua santa. Gli ultimi dati dell’Istat sull’occupazione sono un capolavoro di diplomazia comunicativa. Le persone che non trovano un impiego aumentano, in controtendenza con l’Europa. Però se si conta chi ha un posto, ecco che saliamo ai livelli del 2008, prima della grande crisi. Chi fornisce questi numeri meriterebbe di essere spedito in un gulag nord coreano, ma non in punizione bensì per mettere d’accordo Kim e il resto del mondo. È molto probabile che ci riesca. Se leggiamo invece questi dati senza paraocchi, i numeri non sono incoraggianti. Il fatto che ci sia più gente che lavora vale poco se aumentano i disoccupati, e tra questi a soffrire di più restano i giovani. Un guaio che assume una dimensione più grave di quella che ci raccontano perché i piccoli passi avanti anche per merito del Jobs Act sono il frutto di una politica monetaria accomodante della Banca centrale europea che sta per terminare. Condizioni irripetibili per il credito alle imprese che dopo le elezioni tedesche d’autunno spariranno presto. E allora non aver fatto oggi ben diversi passi da gigante presenterà davvero il conto.

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