L'Editoriale

Il solito film di politica e inchieste. La lezione dimenticata di Tangentopoli

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Nove anni di reclusione a Verdini, le accuse di corruzione e di favoreggiamento che toccano il padre dell’ex premier Renzi, il ministro Lotti, manager pubblici e persino il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri. I giornali, compresa Repubblica al rimorchio del Fatto quotidiano di Travaglio e della Verità di Belpietro, che fanno a gara per rilanciare come oro colato le tesi dell’accusa nell’inchiesta sugli appalti della Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione. Il Paese sembra tornato agli anni di Tangentopoli e del malaffare diffuso a ogni livello. Un problema che c’è di sicuro, ma che mai come in questo momento è utilizzato per regolare attraverso la scorciatoia giudiziaria una partita tutta politica. Si tratta di un film che in Italia abbiamo già visto, e che ha lasciato macerie. Basti pensare a cosa è stato dopo la stagione di Mani pulite, con l’immobilismo di politica e uffici pubblici intimoriti dalla magistratura. E l’economia andata a ramengo. Nonostante questo lo scenario è sempre lo stesso. E se non si vuole stare nel coro di chi porta il cervello all’ammasso, occorre guardare più da vicino i fatti di questi giorni.

Guardare da vicino i fatti di questi giorni significa però prendere atto del fil rouge che li unisce ma anche delle profonde differenze tra vicende distanti e delle forzature che in questo clima giustizialista vengono fuori da tutte le parti. Se appare chiaro che la condanna di Verdini, ampiamente attesa, non può essere considerata un attacco di chicchessia (a cominciare dalla magistratura) contro Renzi, le sorti del leader di Ala pesano ugualmente sul destino politico dell’ex segretario Pd. Matteo lo chiamò con se per sostenere il suo governo in deficit di voti al Senato. E di questo da oggi gli avversari dell’ex premier gli chiederanno il conto nel lungo dibattito precongressuale del Pd. Cosa diversa è l’inchiesta sugli appalti Consip, dove la tesi dell’accusa è che papà Tiziano avrebbe preso i soldi dell’imprenditore Alfredo Romeo per far pilotare in suo favore i ricchi appalti della centrale acquisti della pubblica amministrazione. Su questo capitolo da tempo i giornali sono ricchi di anticipazioni sulle indagini in corso, tanto che l’arresto di Romeo si può definire annunciato. L’inchiesta, con il suo clamore, sembra avere già in tasca la sentenza del processo che verrà e tutti gli indagati sono come di consueto condannati senza alcuna possibilità di difendersi. Un’aberrazione se  si considera che oltre all’indecenza dei regolamenti di conti della politica attraverso la magistratura (amplificato dai cantori delle lodi ai pm sulla stampa) gli elementi oggettivi raccolti fino ad ora non sono affatto così determinanti da comprovare la corruzione e il coinvolgimento di tutti gli indagati in quello che è stato definito il sistema Romeo. Sia chiaro: questo giornale ha raccontato in modo molto critico molte delle scelte di Renzi premier e del giro di potere di cui si è circondato. Cosa diversa è però avvalorare queste critiche prendendo per buone – giusto per una convenienza che non dovrebbe appartenere al buon giornalismo – le tesi dei magistrati che accusano da Romeo a Tiziano Renzi e quindi lo stesso ex premier. A meno di voler portare il cervello all’ammasso e comprimere ogni minima attività di critica, non si può sostenere che ad oggi sia stata trovata alcuna pistola fumante che certifichi la bontà dell’inchiesta. Al contrario i pezzini ricostruiti non dicono nulla e sostenerne il significato che attribuiscono i pm sarà cosa ardua in un processo. Ciò nonostante su molti giornali non ci sono dubbi. I magistrati arrivano dalle parti di Renzi e allora tutto va bene. Il caso si ingrossa e tanti saluti a quel minimo di garantismo che in Italia abbiamo gettato alle ortiche. La Notizia, che da quattro anni sforna inchieste a raffica non ci sta a mettersi in questo coro e ieri, unico tra i grandi giornali, è uscito con un titolo in prima pagina che accosta la vicenda Consip alle inchieste che hanno fatto fuori per via giudiziaria Craxi e Berlusconi. Per questo titolo abbiamo ricevuto qualche critica. La voglia di veder condannato chi è responsabile di corruzione è tanta e noi siamo i primi ad averla. Ma una cosa è la corruzione, un’altra e condannare qualcuno solo perchè fa comodo.

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