L'Editoriale

Il tempo infelice dei condoni

ergastolo ostativo
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Chissà com’è successo che invece di premiare i bravi cittadini siamo finiti in questo tempo di condoni a chi non merita. Dal perdono di chi non paga le tasse alla scarcerazione di chi uccide per conto della mafia, la dissoluzione dello Stato è sotto i nostri occhi, ma non se ne accorge quasi nessuno. Solo così si può spiegare il varco aperto ieri sulla pena dell’ergastolo ostativo, di cui oggi deciderà la Corte Costituzionale.

Se pure lì ci si adeguerà alla moda del momento, pure i boss condannati al carcere a vita potranno essere rilasciati a discrezione dei giudici. Poveri di senso civico, lo siamo ancora di più di memoria. Quella condanna che per certi scribacchini di diritto è troppo dura e persino inumana fu rivendicata anche da Giovanni Falcone, come ieri ha ricordato il componente togato del Csm Nino Di Matteo, tentando un ultimo argine alla follia che ci viene incontro.

Tutto il sangue versato per combattere la strategia stragista di cosa nostra è calpestato solo prendendo in considerazione quella che era una delle principali pretese di quella stagione di terrore. Così ripiombiamo in quella stessa epoca buia, persino più colpevoli perché non ci arrendiamo sotto le bombe di Capaci e via D’Amelio o dei Georgofili, ma per inedia, per mancanza di cuore e della più piccola briciola di indignazione.

D’altra parte non è da ieri che siamo ridotti così. Il cammino è partito da lontano, un passo dopo l’altro, dall’affarismo che portò alla fine della Prima Repubblica al berlusconismo, sino a un senatore della Repubblica pagato dal governo di un Paese arabo senza che questo susciti scandalo o vergogna.

Un condono dopo l’altro, un poliziotto che passa i guai per fermare un delinquente invece che il contrario, un maestro contestato dai genitori più che dagli alunni, un medico che deve difendersi manco fosse un assassino… naturale che prima o poi ci arrivavamo a pensare di rimettere in libertà anche i pluriomicidi. E se non ci mettiamo un freno alla fine di questa discesa ci sarà la fine del nostro essere comunità. L’antistato che vince sullo Stato. Fosse vivo Totò Riina starebbe festeggiando.

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