L'Editoriale

L’inutile viaggio di Draghi negli Usa

Draghi
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Se il ministro degli Esteri russo nel suo comizio a Rete4 è stato più falso di una moneta da tre euro, dovevate sentire che ha detto ieri Mario Draghi sul suo prossimo viaggio a Washington, del quale peraltro non si capisce la necessità se non quella di baciare la pantofola a Biden.

Invece di far ragionare la Casa Bianca sul fallimento della strategia tutta armi e sanzioni che da 68 giorni provoca solo morti e devastazione, il premier ha spiegato che chiederà al presidente americano di continuare a lavorare come fatto fin’ora per la pace.

Cioè, per capirci: chi chiedeva solo poche settimane fa di aumentare fino al 2% del Pil la spesa militare va dal presidente Usa, che non ha mosso un dito per cercare una trattativa con la Russia – e anzi ha continuamente provocato e armato fino ai denti Zelensky – per dirgli che così si arriverà alla pace?

E quale pace: quella da ottenere con una vittoria impossibile degli ucraini su Mosca? O quella eterna che toccherà a milioni di persone se il conflitto dovesse gettare definitivamente la Russia tra le braccia della Cina, e allargarsi su scala mondiale?

Questo viaggio avrebbe senso se l’Italia facesse squadra con i partner europei fermi nel difendere la sovranità territoriale di Kiev ma cauti nel prolungare il conflitto riempiendo l’Ucraina di armi.

Diversamente Draghi è meglio che stia a casa, a meno che attraversare l’Oceano per mostrarsi il più fedele tra gli alleati europei non gli serva a diventare il prossimo segretario della Nato. E quando la guerra avvolgerà il mondo tornerà Supermario col bazooka. Ma stavolta quello vero.

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