L'Editoriale

La mafia non è il cacao meravigliao

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Diciamo subito che questa storia più che odorare di caffè puzza di bufala. La figlia di Totò Riina, che non ha ancora finito di piangere il padre e si mette a commercializzare un marchio di caffè con il nome del poco illustre genitore è la classica boutade da buontemponi della rete. Che si tratti però di follia vera o di una fake news poco cambia rispetto al complicato meccanismo mentale di chi arriva ad associare la mafia a un brand buono a vendere qualcosa. Qui non maneggiamo il fantomatico cacao meraviglio, ma un prodotto che i provocatori della pubblicità potrebbero facilmente definire buono da morire, facendoci buttare giù in un sorso solo quanto è invece drammaticamente vera e crudele Cosa nostra. Un’operazione simpatia che si appiccica al più deteriore revisionismo storico, alimentata dalle fantasie complottiste, per non parlare di una cinematografia allusiva di un inconfessabile eroismo di bande criminali come quella della Magliana o di Gomorra. Così dopo aver rimosso la più immane delle tragedie, come è stato l’Olocausto, tornano a esibirsi apertamente stuoli di ignoranti secondo cui i campi di concentramento nazisti erano un’invenzione propagandistica di russi e americani per giustificare l’invasione della Germania. E allo stesso modo, telefilm dopo telefilm, battuta dopo battuta, la mafia diventa un argomento da ridere, la saga del padrino del secolo scorso. Facendo sparire dietro un altro aroma il sapore di bruciato dell’esplosivo che così torna a uccidere Falcone e Borsellino.

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