L'Editoriale

La politica ostaggio del premier

MARIO DRAGHI
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Nonostante gli sforzi nel cercare nomi nuovi, a due giorni dal voto per il Quirinale siamo fermi al punto di partenza: o Draghi o Supermario, come l’establishment e i suoi giornaloni chiamano ancora adesso il premier, incuranti della sfilza di fiaschi collezionati nell’ultimo anno, dalla pandemia che corre a più non posso, al caos dei Green Pass, ai soldi europei che non arrivano, al record di decreti attuativi che rendono lettera morta la Manovra approvata a dicembre, per non parlare dei prezzi di tutto volati alle stelle, fino ai ristori fantasma.

Ce ne sarebbe abbastanza, insomma, per mandare il capo del Governo a casa invece che alla Presidenza della Repubblica, ma ormai questa legislatura è così impantanata da non lasciare molta scelta, se non peggiorare ulteriormente le cose con una sfilza di impresentabili che parte da Berlusconi e arriva a Casini, Casellati, Amato… roba per stomaci forti.

Al via libera finale per l’inedito trasloco di un Presidente del Consiglio sul Colle mancano però tre condizioni fondamentali: la resa del Cavaliere a Meloni e Salvini (con la fine di Forza Italia), un patto di legislatura per non sciogliere almeno per quest’anno le Camere (se no il candidato più gettonato per le prossime cento votazioni sarà Franco di nome e Tiratore di cognome), e infine il profilo del prossimo premier.

Un problemino mica da ridere, perché nessun “tecnico” è mai stato leccato più di Draghi, appiccicandogli addosso quell’aurea di unico Messia, e pertanto nessun Colao, Cartabia o affine potrà reggere all’avvicinarsi delle elezioni. Finché proprio il Colle fischierà il game over.

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