L'Editoriale

La strada necessaria delle riforme

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp

La strada delle riforme è difficile e politicamente rischiosa, perché cancella privilegi e rendite di posizione. Tradotto: può far perdere consenso. Ma se vogliamo far ripartire questo Paese non abbiamo altra possibilità che riformarlo profondamente e farlo in fretta. Per questo non possiamo più permetterci politici attenti solo ai sondaggi e agli indici di gradimento, ma ci vogliono statisti. E insieme, una rivoluzione culturale che non può essere delegata a chi sta al governo, ma deve entrare davvero nel carrello dei desideri di tutti noi. Dopo un anno di Renzi a Palazzo Chigi possiamo dirci soddisfatti delle riforme che abbiamo visto? Non sono poche e se guardiamo particolarmente agli ultimi anni sono anzi moltissime. Ma la qualità può accontentare giusto chi non ha ambizione e capacità di sognare un’Italia che torni a viaggiare alla velocità di cui può essere capace. La velocità che ha fatto diventare grande il Made in Italy nel mondo e che fino agli anni sessanta ha spinto il nostro boom economico. Uscivamo dalla devastazione di una guerra e c’era tutto da ricostruire, è vero, ma oggi non abbiamo altrettanto da fare in questo Paese che cade a pezzi? Non c’è da realizzare immense reti, da quelle immateriali della telefonia in fibra a quelle più tradizionali di autostrade e ferrovie? O possiamo essere soddisfatti di treni che al Sud vanno ancora a carbone e di intere regioni, come la Sicilia, con i collegamenti garantiti da un’unica strada? Facile poi indignarsi se questa strada viene pure chiusa per un crollo, ma lo scandalo è quello messo più plasticamente sotto i nostri occhi: un Paese industriale di strade deve averne in quantità, esattamente come i porti, gli aeroporti, i centri logistici. E non finisce qui. Le nostre città sono vecchie e in troppe parti brutte da morire, zeppe di immobili a scarsa efficienza energetica, con strade pericolose. A parte i centri storici giustamente tutelati, servirebbe una immensa rottamazione di questi obbrobri, indegni di un Paese che vuol vivere di turismo. Grandi progetti che avrebbero bisogno di montagne di soldi e decenni di lavori, ma se non si inizia mai a parlarne tutto questo resta illusione e il lavoro – il vero dramma di questi anni – una chimera. Perché il Jobs Act, gli 80 euro e le aggiustatine qua e là con cacciavite alla Letta sono meglio di niente, ma qui ormai l’ordinaria manutenzione serve a poco. In questo contesto l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci dice che è stato un errore abbandonare l’ultimo sistema elettorale, quel Mattarellum che secondo Re Giorgio ha funzionato benissimo. Contento lui! Evidentemente il disastro economico, morale, intellettuale è un prezzo del destino e non di una classe politica inadeguata, quando non corrotta. È stata questa politica, debole e impreparata, a cedere moltissimo del suo potere alla burocrazia, ai boiardi e ai grandi manager di Stato, creando un vuoto immenso di responsabilità nel Paese. Qui nessuno risponde di niente. A Genova la polizia ha torturato i manifestanti? Il capo della polizia non c’entra niente. In Sicilia e Sardegna crollano le strade dell’Anas? I vertici restano gli stessi per decenni. E per fortuna che almeno ieri Ciucci ha sentito il bisogno di rimettere al ministro il suo mandato. Da un leader come Renzi, che deve il suo successo politico a parole d’ordine come rottamazione, qui però ci si aspettano segni di grande cambiamento. Segni che non vediamo. Possibile che tutto quello che c’era da rottamare sia già finito?

Gli ultimi editoriali

La balla degli italiani fannulloni

Ogni estate ha il suo tormentone musicale, ma quest’anno, con le discoteche ancora chiuse dobbiamo accontentarci di questo ritornello: “non ci sono lavoratori stagionali perché

Continua »