L'Editoriale

Le banche sono salve. Ora si pensi ai cittadini

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La cura da cavallo ha ammazzato l’economia ma ha salvato la bestia. Il certificato medico rilasciato ieri pomeriggio dall’Eba, l’autority europea sul sistema del credito, attesta che le grandi banche del continente sono talmente solide da resistere per almeno due anni ai peggiori scenari di crisi. Costrette a ricapitalizzarsi, a buttare via montagne di prestiti poco esigibili, a ripulire i bilanci e a tagliare il credito alla clientela (i banchieri direbbero “a migliorare la qualità del credito”, ma di tagli si tratta!) le banche sono forti come non lo sono più nemmeno gli Stati dell’Unione, con i loro debiti sovrani chi più chi meno stratosferici. Tutto questo ha avuto un prezzo mostruoso, in termini di risorse drenate dagli azionisti a scapito di altri investimenti, per non parlare del sacrificio delle finanze pubbliche quando sono intervenute (vedi il Monte dei Paschi di Siena) e dei tanti risparmiatori che hanno perso i loro investimenti in azioni e obbligazioni poi rivelatesi spazzatura. Il credit crunch ha fatto saltare migliaia di aziende e reso la vita durissima a quasi tutto il sistema economico, lasciando moltissima gente per strada. Per assurdo sono state le stesse regole europee stabilite con i diversi accordi di Basilea a mettere in pericolo l’Euro e di conseguenza l’intera Unione europea, salvata per i capelli da un intervento tardivo ma comunque alla fine efficace della Banca centrale di Mario Draghi.Solo il quantitative easing, cioè l’immissione di montagne di liquidità monetaria nel circuito finanziario, ha permesso di salvare baracca e burattini, anche se stampare centinaia di miliardi di euro non è bastato a far ripartire ovunque le imprese e l’occupazione. L’Italia, la Grecia, la Spagna, il Portogallo si sono giusto tirate fuori dalle secche, ma la Germania e in buona parte la Francia, con i Paesi del nord Europa, hanno corso moltissimo, aumentando la loro competitività nei confronti di un Paese concorrente nel settore manifatturiero, come è il nostro. Non è dunque tutto oro quello che luccica ma, ripetiamo, se la Bce nel 2015 non avesse iniziato a comprare i titoli di Stato che sul mercato non si vendevano, oggi ci sarebbe tutto un altro scenario dell’Europa.

Arrivati dove siamo, possiamo rallegrarci per la robustezza delle banche, a partire dalle quattro italiane messe sotto la lente dagli stress test – Banca Intesa San Paolo, Unicredit, Ubi e BancoBpm – ma non dobbiamo perdere di vista che il sistema del credito è funzionale alla crescita economica e non il fine di quest’ultima. Insomma, rimesse in piedi le banche adesso vanno rimesse in piedi le imprese e il mercato del lavoro che sono stati svenati e oltremodo indeboliti. Mentre gli istituti di credito hanno indici di solvibilità ormai elevatissimi, la gran parte delle aziende italiane non reggerebbe neppure all’odore di un ipotetico stress test.

Malgrado l’attribuzione di un rating – ma anche le banche prima della crisi del 2010 ce l’avevano – il sistema imprenditoriale e industriale è oltremodo sottocapitalizzato. Per questo è convinzione di alcuni economisti, disallineati dal pensiero mainstream, che sia un errore sottostare a una precisa imposizione dei falchi del rigore monetario (principalmente tedeschi) mettendo fine a dicembre al quantitative easing. Gli americani, che la crisi finanziaria l’hanno creata col default della banca Lehman Brothers e poi esportata anche in Europa, hanno stampato con la loro Federal Reserve una quantità di dollari enormemente più grande di quanto ha fatto la Bce. E questo ha permesso di salvare le banche, ma anche le imprese, far ripartire l’economia, raggiungere la piena occupazione. Perché qui in Europa invece questa forma di sostegno deve fermarsi una volta esaurita la sola missione di salvare le banche, lasciando al proprio destino tutto il resto? Gli Stati messi con le spalle al muro dal loro debito pubblico e da vincoli di bilancio inumani se pensiamo ai tagli alla sanità, alla sicurezza, all’umanità che comportano, potrebbero pure rispettarli questi limiti se parallelamente l’economia crescese su livelli che in Italia sembrano fantascienza ma in realtà sono la normale routine dalla Cina agli Usa, dalla Germania alla Spagna, giusto per fare un esempio proprio a due passi da noi. Per prolungare o riprogrammare una immissione di liquidità monetaria serve ovviamente un accordo internazionale e più di tutto la politica. Quella politica che nelle attuali istituzioni europee ha pensato appunto alle banche e non ai loro clienti, per non parlare dei milioni di cittadini che in una banca non hanno nemmeno modo di entrare. Una politica che anche per questo motivo va radicalmnte cambiata.

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