L'Editoriale

L’emergenza in Italia è religione. E l’Expo non si salva

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Perché in Italia si deve fare tutto in zona Cesarini o, peggio, a tempo scaduto? L’evento che tiene maggiormente accesi i riflettori internazionali sul Paese è senz’altro l’Expo, ma neppure essere in vetta all’attenzione generale salva la manifestazione da questa abitudine all’incertezza che è una costante della politica nostrana. Qui la carenza di programmazione è religione. E questo non è casuale, perché alla mancata programmazione subentra quasi sempre la gestione dell’emergenza. Con tutto il corollario di sprechi e corruzione che conosciamo. Perdonino i lettori il lungo preambolo, ma a 70 giorni dalla chiusura dell’Esposizione di Milano sul cosa avverrà dopo non si sa nulla. Un’incognita che ha incuriosito persino la Merkel in visita ai padiglioni, e sulla quale il premier ha svicolato da par suo: cioé senza dire un tubo. Eppure iniziare a decidere sarebbe vitale per chi ci ha investito sopra, per l’economia e il destino di una vasta area di Milano. Lo spettro è quello di Siviglia, dove le aree dell’Expo del 1992 sono rimaste abbandonate, con un’immensa perdita per lo Stato. Il Governo e Milano decidano se non vogliono finire allo stesso modo.

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