L'Editoriale

L’Italia delle riforme impossibili

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Fare le riforme in Italia non è difficile, come dice il ministro Franceschini. È impossibile. E chi dice il contrario mente sapendo di mentire, a meno di voler considerare riforme quei brodini annacquati che ci propinano da anni, spesso spacciati per grandi cene gourmet, come nel caso del Jobs Act, giusto per citare il fiore all’occhiello del governo riformista di Matteo Renzi. Dietro il nome altisonante e anglofono – che fa tanto modernità – c’era ben poco e infatti dello shock promesso per far ripartire sul serio l’occupazione non si è vista l’ombra. Perciò non stupisce più di tanto l’ultima decisione del Consiglio di Stato, la settima sulla stessa vicenda, che blocca la decisione del Governo di nominare alcuni non italiani alla direzione di altrettanti musei. Una vicenda che può sembrare minore e che riguarda direttamente poche persone, ma che è la cartina di tornasole di come questo Paese sia paralizzato dalla ragnatela di norme, magistrature e corpi intermedi dello Stato che di fatto si sono sostituiti alla politica, e alla fine contano molto di più di chi ha avuto un mandato popolare per gestire la cosa pubblica. Per rispettare il castello di leggi e garanzie accumulate in decenni dai legislatori, non di rado in contraddizione tra di loro e spesso con un orizzonte più ideologico che funzionale, si è ammazzato il principio fondamentale di ogni democrazia: chi è legittimato dal voto fa le sue scelte e al termine del mandato i cittadini gli danno torto o ragione, confermando chi ha fatto bene e mandando a casa chi ha deluso.

Ebbene, tutto questo ormai da anni in Italia non è più possibile, perché andare al governo non equivale affatto a poter governare. E il massimo organo della magistratura amministrativa che blocca persino la decisione sui direttori dei musei è solo l’ultima di una serie infinita di prove. Alla democrazia, dunque, si è sostituita una tecnocrazia autoreferenziale e che nessuno controlla, blindata dalle trincee costruite in nome dell’autonomia attorno ai vari Consigli di Stato, Tribunali amministrativi, Corte costituzionale, Corte dei conti e compagnia cantando. Tutti organi che non rispondono ad altri se non a loro stessi e che fanno il bello e il cattivo tempo su ogni decisione della politica, da Palazzo Chigi al più piccolo dei Consigli comunali. Tanto varrebbe perciò risparmiare qualche soldo abolendo Camera e Senato per trasferire direttamente a queste altre latitudini il potere di decidere che fare. Battute a parte, il deficit di riforme vere e profonde è imbarazzante per il nostro Paese. E lascia di stucco vedere che nei programmi dei partiti – evidentemente consapevoli delle loro limitate possibilità – ci sono decine di riforme settoriali (spesso pure irrealizzabili) ma non quei cambiamenti strutturali e profondi di cui abbiamo bisogno.

Su questo piano a dire il vero c’è un precedente poco incoraggiante: la riforma costituzionale finita come sappiamo nel referendum che anziché cambiare la Carta ha cambiato le fortune politiche di Renzi. Se però è vero che chi ha toccato (o provato a farlo) la Costituzione non ha fatto una bella fine, è anche vero che se non tiriamo l’Italia fuori dal pantano in cui siamo la brutta fine la facciamo tutti. La Politica, quella con la P maiuscola, dovrebbe cogliere quindi questa sfida, correndo i rischi che pone, ma offrendo agli elettori una prospettiva di semplificazione amministrativa e di capacità effettiva dei livelli decisionali nello stabilire e poi poter fare le cose.

A questo punto i soliti pedanti sacerdoti della camicia di forza fatta con le regole che ci strangolano, opporranno che far piazza pulita di un po’ dei pesi e contrappesi che paralizzano la cosa pubblica può aprire un’autostrada alla corruzione. Vero. Ma la corruzione si combatte perseguendo duramente i corrotti, non impedendo di fare le cose in modo da eliminare alla radice la ragione stessa di questo reato. Buttare il bambino con l’acqua sporca, insomma, è la soluzione degli imbecilli. Non resta perciò che non rassegnarsi e spingere, anche utilizzando la leva elettorale, affinché la politica non rinunci ad affrontare una stagione di riforme. Mentre qui dormivamo, o ci accontentavamo giusto di qualche assaggio, i nostri competitor in Europa hanno fatto passi da giganti. Il risultato, oltre al Pil cresciuto molto più del nostro? Vedono un futuro che noi oggi neppure ci sogniamo.

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