L'Editoriale

Ma in che mani siamo finiti?

La vicenda del software spia nei pc di magistrati e personale di tribunali e procure inizia ad assumere i contorni di uno scandalo.

Ma in che mani siamo finiti?

La vicenda del software spia installato nei circa 40mila pc di magistrati e personale di tribunali e procure italiane inizia ad assumere i contorni di un vero e proprio scandalo. Dal quale il governo, come nel remake di un film già visto con la girandola di versioni puntualmente smentite dai fatti sul caso Almasri, sta cercando maldestramente di chiamarsi fuori. In un duello a distanza con Report, la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, che a colpi di clip – antipasto della puntata in onda domenica prossima su Rai3 – sta aggiungendo una tessera dopo l’altra al puzzle che smonta la versione e smentisce le repliche non solo del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ma anche quelle offerte direttamente da Palazzo Chigi.

Ma andiamo con ordine. Mercoledì Report anticipa la notizia del software ECM, installato nel 2019 (l’allora ministro Bonafede ha detto di non esserne stato messo a conoscenza), in grado di spiare all’insaputa dell’utente gli oltre 40mila Pc in dotazione agli uffici giudiziari italiani. Ad insorgere, però, è l’attuale Guardasigilli che, ammettendone l’esistenza, precisa che il programma “non consente sorveglianza dell’attività dei magistrati, non legge contenuti, non registra tasti o schermo, non attiva microfoni/webcam”. Non solo: “Le funzioni di controllo remoto non sono attive né sono state mai attivate” e in ogni caso “il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell’utente e di una sua conferma esplicita: non potrebbe dunque avvenire a sua insaputa”. Affermazioni subito smontate da Report con la testimonianza del giudice del Tribunale di Alessandria, Aldo Tirone che, “venuto a conoscenza del software dalla confidenza di un tecnico informatico”, ha chiesto di fare una prova con un esperto. Risultato: “L’interlocutore – racconta Tirone alla squadra di Ranucci – mi chiedeva se vedevo qualcosa di strano sullo schermo del mio pc. E gli ho risposto ‘no’. E lui ha replicato: ‘sappia che la sto già vedendo’…”. Quindi, a differenza di quanto sostenuto da Nordio, è possibile entrare da remoto e rovistare nell’hard disk di un magistrato senza che il legittimo titolare del Pc se ne accorga.

Ma non è tutto. Sempre mercoledì, dopo le prime clip diffuse da Report, la Presidenza del Consiglio si era chiamata fuori con una nota sostenendo che la responsabilità delle infrastrutture digitali ricade sul ministero della Giustizia. Una versione messa a dura prova ieri dal dialogo, risalente al maggio 2024 e diffuso dal programma di Ranucci, tra Giuseppe Talerico, dirigente del ministero della Giustizia, responsabile del Coordinamento Interdistrettuale dei Sistemi informatici di Milano (braccio operativo del ministero nel Nord-Ovest), e un tecnico informatico. Talerico viene spedito a Torino per occuparsi della protesta, supportata dalla Procura, proprio a seguito della scoperta della presenza del software ECM sui pc degli uffici. “Se stiamo facendo ‘sta riunione, significa che siamo in difficoltà, perché siamo ancora fermi con un aggiornamento che però ci ha chiesto la Presidenza del Consiglio dei Ministri”, spiega Talerico. Che alle obiezioni del tecnico locale ribatte: “Ma dobbiamo avere la controllabilità di ‘sti computer attraverso ‘sto ECM”.

Già nel 2024, quindi, il governo sapeva del software (installato nel 2019) e – stando all’audio di Talerico svelato da Report – ne avrebbe “chiesto” il mantenimento sui Pc dei magistrati. Un fatto di una gravità tale che ha spinto le opposizioni a chiedere che la premier Meloni e il ministro Nordio si precipitino in Parlamento per chiarire la vicenda. E sufficiente a sollevare per lo meno un interrogativo: che riforma della Giustizia ci si può aspettare da un esecutivo che agisce così?