L'Editoriale

La riforma fiscale è l’ultima pugnalata ai ceti medi

riforma fiscale Draghi
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Prendiamone atto: il Covid non ci ha insegnato niente. Dopo milioni di morti nel mondo, oggi la prima preoccupazione degli Stati è gestire la pandemia senza frenare la ripresa economica, a costo di continuare a spremere tutto ciò che si può, dall’Ambiente ai lavoratori. Con tanti saluti alla consapevolezza di altri valori.

Per capirci, quando c’è stato da sostenere il Pil, i governi e le banche centrali hanno messo sul piatto centinaia di miliardi, mentre ora per aiutare i ceti medi e la povera gente si fa una fatica bestia a trovare due lire. Così mentre il Parlamento europeo insiste sul salario minimo, in Italia di aumentare gli stipendi non se ne deve nemmeno parlare, esattamente come per le pensioni. Un veto incomprensibile, perché l’inflazione ha cominciato a spellarci vivi.

Dunque non resta che la mano pubblica, dalla quale adesso più che mai è lecito attendersi una maggiore redistribuzione della ricchezza, magari abbassando le tasse sul lavoro dipendente e aiutando chi non ce la fa. Una missione fallita dagli Esecutivi di tutti i colori, almeno fin quando non si è arrivati al Reddito di cittadinanza.

Una rivoluzione che ora molti ex detrattori riconoscono come necessaria, e che il premier Draghi ha confermato all’interno di una Manovra dove erano previsti i fuochi d’artificio di un Presidente del Consiglio Migliore dei migliori. E invece la montagna che ha partorito? Il topolino di un’aliquota fiscale in meno e appena due spicci in più ai lavoratori (leggi l’articolo). Con una conferma: l’unico miracolo che riesce a certi signori è farsi benissimo solo i cazzi loro.

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