La scelta responsabile di un leader

Bisogna aver bisticciato da piccoli con la matematica e la logica politica per sostenere che Conte abbia rinunciato a candidarsi alla Camera a Roma per paura di essere battuto da Calenda.

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Bisogna aver bisticciato da piccoli con la matematica e la logica politica per sostenere che Giuseppe Conte abbia rinunciato a candidarsi alla Camera a Roma (leggi l’articolo) per paura di essere battuto da Calenda e Renzi. I due, che insieme non arrivano al 4% nazionale, da ieri cantano vittoria per aver costretto a restare fuori dal Parlamento il leader dei 5 Stelle (dati al 16%), sul quale sarebbero confluiti i voti di Pd, stimato al 20% e Leu (altro 1%).

IL PRESIDENTE DEL M5S GIUSEPPE CONTE DICHIARA ALLA STAMPA ALL'USCITA DAL PALAZZO DEI GRUPPI PARLAMENTARI

Il collegio chiamato al voto, conquistato l’anno scorso da Roberto Gualtieri con il 62%, è notoriamente una roccaforte dem, e per quanto Calenda e Renzi in quella parte della Capitale prendano effettivamente tanti voti spacciando come di Sinistra le loro ricette liberiste, finite di contare le schede nelle urne, perdono. Dunque fa ridere l’idea che Conte sia scappato da un seggio sicuro per il timore di essere impallinato da un ipotetico rassemblement capace di attirare anche qualche consenso in libera uscita dalle destre pur di mettere in croce il Movimento.

Una lettura che oggi sarà dominante sulla stampa mainstream, dove nessuno ricorderà altre rinunce M5S a posizioni sicure, come fu per Di Maio, per esempio, al quale fu offerto due volte di diventare non semplice deputato bensì premier. Ma senza il titolo di onorevole – è l’obiezione più frequente – Conte non potrà muoversi bene nella partita per l’elezione del Capo dello Stato.

Una balla così grossa che ci si può impacchettare l’Everest. Al contrario, è assolutamente certo che i leader politici in Parlamento ci vanno poco e niente. Ma di questo chi volete che si scandalizzi?

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