L'Editoriale

Sentenza sulla trattativa tra Stato e mafia, altro sale sulle ferite del Paese

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp

Inutile illudersi: siamo un Paese che non potrà mai pacificarsi politicamente. Dalla nascita della Repubblica gli scontri tra fascisti e antifascisti, poi tra democristiani e comunisti, tra Sinistra e Berlusconi e adesso tra sistema e antisistema, hanno bloccato l’Italia in una perenne guerra civile sotterranea. Siamo stati così impegnati a bastonarci tra di noi da non trovare più la forza per riformare lo Stato, sostenere le imprese e dare un futuro ai giovani. Una palude in cui i contendenti di turno hanno sguazzato con le loro numerose truppe di complemento: intellettuali, giornalisti, imprenditori e non di rado magistrati. Per questo l’uomo della strada non crede più a nessuno e l’antipolitica dilaga. A questo caos le istituzioni potrebbero fare argine solo con un supplemento di rigore e buonsenso, aiutando con atti indiscutibili il Paese a riconciliarsi. A Palermo, da un processo che lascia immensi punti interrogativi in chi ne ha seguito anche solo parzialmente il dibattimento, arriva invece l’ennesima mazzata. La sentenza sulla trattativa – da adesso non più presunta – tra Stato e mafia fa di una intera parte politica un nemico pubblico, colpevole di alto tradimento e per questo indegna di continuare ad avere cittadinanza nelle alte cariche legislative e di Governo. Le anime candide adesso diranno che la legge è legge e le sentenze si rispettano, fregandosene ampiamente dello sfascio generale in cui siamo anche per via di decisioni tanto clamorose quanto fragili sotto il profilo delle prove e dirompenti per i nuovi sospetti di un uso politico delle toghe.

Gli ultimi editoriali

Tocca a noi cambiare canale

Non ci facciamo mancare niente: corvi nel Csm, 007 che confabulano con politici come amanti clandestini negli autogrill, dossieraggi persino nelle sacre stanze del Vaticano,

Continua »
L'editoriale
di Gaetano Pedullà

Il suicidio del servizio pubblico

La difesa strettamente burocratica, da perfetto travet, fatta dal direttore di Rai3 Franco Di Mare in Commissione di vigilanza (leggi l’articolo) per scrollarsi di dosso l’accusa di censura sul concertone del Primo Maggio, spiega più di un’intera enciclopedia perché il Servizio pubblico in Italia è

Continua »
TV E MEDIA