L'Editoriale

L’ultima missione di Draghi è andarsene

Mario Draghi
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A febbraio dell’anno scorso, quando lo spread era la metà di oggi, a Palazzo Chigi c’era un premier che non si metteva sull’attenti davanti a Renzi e ai soliti noti con la bava alla bocca per i miliardi del Pnrr. Così il partito del Pil, con la sponda di Salvini e Berlusconi, e la copertura mediatica dei padroni di tv e giornali, fece cadere Conte senza un motivo e celebrò l’arrivo di Draghi salvatore della Patria con due obiettivi: tirarci fuori dalla pandemia e concordare gli investimenti europei.

Due missioni concluse, visti gli ultimi dati sul Covid e l’avvio dei primi progetti del Recovery Fund. Adesso, dunque, il Presidente del Consiglio potrebbe tranquillamente smobilitare, a meno di considerare la guerra in Ucraina una nostra emergenza nazionale, cosa che peraltro potrebbe capitare davvero se continuiamo a mandare armi a Kiev.

Su questo punto il Parlamento è stato completamente scavalcato, nel silenzio del Pd – che ormai sta per Partito di Draghi – e delle destre. Persino qualche ministro preoccupato di perdere il posto si è stranito per la richiesta dei soli 5 Stelle di far conoscere alle Camere qual è la posizione dell’Italia di fronte a un conflitto che vede molto distanti gli interessi europei e americani.

Con tutta calma, giovedì prossimo, il premier dirà la sua in Senato, mettendo i partiti di fronte ai fatti compiuti, compresa la provocazione di nuove esercitazioni Nato ai confini con la Russia. Fatti gravi che nulla c’entrano col mandato per cui Draghi governa senza aver mai preso un voto. E che giustificherebbero la fine di questo Esecutivo diventato abusivo e il ritorno prima possibile al voto.

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