L'Editoriale

Ultimo treno per salvare l’Europa

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Bisognava attendere che i buoi fossero scappati tutti prima di iniziare a costruire il recinto. Alla Banca centrale europea funziona così. Nei primi anni della crisi ereditata dagli scandali bancari americani, dal 2010 al 2012, Francoforte non ha fatto assolutamente niente. Anzi, ha aggravato la situazione con tassi spropositati rispetto a quelli Usa. Poi, quando interi Paesi minacciavano di cadere in una stagnazione irreversibile ecco i primi passi incerti, con Mario Draghi a spingere sulle misure espansive mentre i falchi del rigore di Germania e Nord Europa mettevano continuamente i bastoni tra le ruote. Se a questo si aggiunge la camicia di forza di Bruxelles, con i vincoli sui conti pubblici e poi sulle banche, la frittata era inevitabile. Quando è apparso il mostro della deflazione e anche Berlino ha cominciato a sentire gli effetti di un’austerità assassina, ecco che le resistenze all’uso robusto della leva monetaria – comunque ancora fortissime – hanno frenato. Draghi finalmente ha fatto quello che Washington sta facendo da anni, con l’effetto di aver riagganciato già da tempo la ripresa. Noi adesso inseguiamo. Meglio tardi che mai.

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