L'Editoriale

Un caos che ci spinge al voto

Mario Draghi
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Come volevasi dimostrare, dopo aver spezzato le catene che li vincolavano a Draghi, realizzando di potergli negare persino il Quirinale, ora i partiti gli fanno marameo pure sulle pinzillacchere. Bonus di qua, soglie del contante di là: le indicazioni del Governo valgono quanto il due di coppe quando la briscola è a mazze. E già disposti in modalità “campagna elettorale”, i singoli parlamentari non si fanno scrupoli di trasformare la maggioranza in un Vietnam.

Affrontare l’uscita dalla pandemia, per non parlare delle riforme e delle misure impopolari che ci aspettano, è perciò una missione impossibile, anche con la “moral suasion” di Mattarella. Infatti, per quanto il Colle faccia filtrare che scioglierà le Camere seduta stante se il premier dovesse stufarsi e dimettersi, i peones ormai hanno ben chiaro che su di loro può abbattersi un asteroide, ma la legislatura sopravviverà lo stesso.

Dunque per il prossimo anno non c’è alternativa a questa instabilità, che non può essere affrontata con il classico chiarimento tra i partiti, perché dentro questi stessi dovrebbero chiarirsi prima. Che armi restano allora a Palazzo Chigi e Quirinale?

Pur piazzata all’ultimo posto delle attuali priorità, la riforma della legge elettorale, anche in chiave più proporzionale come ora fa comodo ai partiti, può essere l’ultima cartuccia per riportare un minimo d’ordine, oppure per poter andare a votare. Che in democrazia è sempre la cosa migliore, ma in un caos come quello che si profila è anche saggio e necessario.

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