Marco Milanese รจ un ex ufficiale della Guardia di Finanza e deputato che la Procura di Napoli nel 2011 voleva arrestare per aver commesso i reati di associazione a delinquere, corruzione, favoreggiamento e rivelazione di segreti dโufficio. Reati che secondo una sentenza appena emessa non cโerano. Sul suo caso allโepoca il Parlamento si spaccรฒ e in una votazione tesissima negรฒ per solo sette voti lโautorizzazione a spedirlo in galera. Quella decisione fu bollata come lโennesimo scudo della casta per salvare un delinquente, e il partito del โpiรน manette per tuttiโ non si risparmiรฒ nel linciaggio mediatico. Attenzioni che dopo lโassoluzione sono pressochรฉ sparite, relegando il caso a poche righe in cronaca. Per i cultori di una giustizia che al primo sentore di reato deve mandare tutti in carcere, poi resta a guardare se i giornali pubblicano qualunque intercettazione (comprese quelle non attinenti alle accuse) e alla fine fanno spallucce se il disgraziato รจ innocente, la storia di Milanese รจ solamente un incidente di percorso. A sentire i leader massimi tra i manettari, Piercamillo Davigo e Marco Travaglio, i cittadini hanno garanzie a sufficienza per difendersi dalle contestazioni dei magistrati. Ma se un cittadino si becca le accuse piovute su Milanese se ne va in prigione, brucia una reputazione, molto spesso la sua famiglia, il lavoro e i sacrifici di una vita. Per questo, prima delle scuse a Milanese, servirebbe una riflessione senza preconcetti su una giustizia che troppo spesso tanto giusta non รจ.
L'Editoriale