L'Editoriale

Una politica che abdica ai magistrati

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In un Paese civile la politica fa le leggi e i magistrati le applicano. Da noi c’è poco da fare. La politica è debole e lenta. Se si muove lo fa solo per le sue battaglie di potere e anche per questo è sempre più distante dai cittadini. Nel vuoto normativo – il che ha dell’incredibile in un sistema dove c’è eccesso di leggi – la società che cambia è invece senza regole adeguate ai tempi nuovi. E così i giudici scrivono le riforme, stabiliscono di fatto i nuovi diritti civili autorizzando adozioni e gravidanze tra gay, aprendo in qualche modo all’eutanasia, regolando a modo loro i rapporti all’interno delle famiglie. Un lavoro di supplenza che la politica lascia fare, sbagliando terribilmente. Perché quando si lasciano spazi così importanti è naturale che qualcuno li occupi. Ma è altrettanto certo che poi non li abbandonerà facilmente. Così ieri abbiamo assistito a una nuova grande rivoluzione, questa volta sull’assegno di mantenimento all’ex coniuge. Politica vera, insomma.  Mica la riforma elettorale, che gli italiani attendono con la stessa ansia con cui si aspetta un pugno in faccia. Il pugno di una politica che ha rinunciato a fare il suo mestiere.

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