Una politica con la lingua biforcuta

di Gaetano Pedullà

Figli che accoltellano i padri politici, come nella migliore tradizione delle storie di potere. E come in molti casi, quello che viene dopo non è sempre il migliore dei mondi possibili. Ieri è toccato a Salvini e Di Maio, con quest’ultimo arrivato a escludere esplicitamente il parricidio. Il fondatore dei Cinque Stelle Beppe Grillo, però, insomma, si farà il blog in una casa che non è più quella del Movimento. Sul versante del Centrodestra, Salvini non è certo un figlio naturale – sempre politicamente parlando – di Berlusconi, però quello costruito dal Cavaliere resta l’habitat nel quale la Lega campa da sempre. Nonostante questo, pur ancora lontani dalla conquista della pelle dell’orso in palio il 4 marzo, Salvini non perde occasione per contestare il capofila della sua coalizione, d’altra parte ricambiato con la stessa moneta dal leader di Forza Italia. Se Berlusconi promette a Bruxelles di rispettare i vincoli sui conti pubblici, il segretario del carroccio replica istantaneo che non se ne parla, disorientando gli elettori e ricordando urbi et orbi quanto siamo affidabili. Le ultime proiezioni sulle intenzioni di voto avvisano che questo giro un giovane su quattro non andrà a votare e per quanto riguarda tutti gli altri difficilmente si farà a botte per stare in fila. Merito di una politica inefficace, di programmi pieni di promesse inverosimili, di un sistema elettorale che limita la scelta dei cittadini, ma più di tutto della lingua biforcuta con cui stanno parlando i leader, anche a costo di contraddire platealmente le loro storie e alleanze.

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