L'Editoriale

Uno spiraglio per uscire dalla guerra

guerra in Ucraina
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Con due mesi di ritardo l’Europa comincia a muoversi autonomamente sulla guerra in Ucraina, grazie al solito asse franco-tedesco. Dopo aver ubbidito al mantra americano su armi e sanzioni, Scholz e Macron hanno aperto una nuova strada per far ripartire la trattativa tra Putin e Zelensky. Se questo percorso andrà avanti, potremmo tornare a fare i nostri interessi, e non quelli di Washington e Pechino, per i quali questa guerra è un pozzo di opportunità, in quanto indebolisce il competitor commerciale europeo, pone la Russia in una condizione di inferiorità in Asia e potenzialmente libera le mani sulla questione Taiwan.

Per arrivare a questa riscossa dell’Europa sono serviti però atti coraggiosi, come il rifiuto di Berlino di inviare altre armi a Kiev e il pressing dell’Eliseo (a pochi giorni dal voto) per continuare a parlare con Putin. Due gesti che non appiccicano ai leader di Germania e Francia l’etichetta di putiniani, come accade qui da noi se solo si dissente dalla politica muscolare che finora non ha portato a nulla, senza fingere di non vedere, allo stesso tempo, che la guerra ha un invaso e un invasore, e in tal senso le responsabilità del Cremlino sono evidenti.

Ora serve dunque pragmatismo, e capacità di spezzare il gioco di Usa e Cina aiutando Putin a uscire dignitosamente dal disastro militare che ha provocato, e Zelensky a ricostruire l’economia del Paese. Ci sarà da negoziare la cessione di alcune aree alla Russia? È possibile, ma se l’obiettivo della pace prevale su tutto va considerata anche questa opzione. E non perché si tifa per i russi o per gli ucraini, ma perché chiudere prima possibile questo conflitto toglie benzina a un rogo che può arrivare sin qui in Italia.

Un rischio non legato soltanto all’escalation militare, ma al rientro pure da noi dell’enorme quantità di armi che tutto l’Occidente ha fornito a Kiev (leggi l’articolo), recuperate delle mafie che nell’Est europeo non hanno molto da invidiare a quelle nostre. Un rischio che solo leader politici ciechi o genuflessi a Usa e Nato non vedono, con al primo posto Enrico Letta, considerando quelli delle destre irrimediabilmente fuori classifica.

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